qui non c’è niente

Facciamo che è tutto uno sgretolarsi delle fiducia in sé, su ogni piccolo brandello. Cosa ho potuto fare se non corazzarmi in un’identità mutevole?

Sembra strana detta così

Ho dei piccoli flash, come se il mio personaggio cambiasse continuamente

Vesto allo stesso modo da anni

come se mi trovassi in una costante improvvisazione, su di un palco lurido.
Procedo come un sistema logico, come un sistema chiuso, ad ogni piccolo feedback che mi viene da fuori e che arriva dentro, dentro non so a cosa perché arrivano feedback anche da dentro ad ancora più dentro. Diciamo un centro di controllo che smista

cosa che faccio spesso: smistare le informazioni

Questi feedback potrebbero essere visivi

tipo adesso questa eccessiva razionalizzazione mi sta facendo saltare la mosca al naso

sguardi fugaci in un riflesso bastardo che mi dicono

oh, caro il mio lei (più raramente, cara la mia lui, perché non avrebbe senso, non avrebbe quel senso di gentilezza che il lei suggerisce, è un lei di cortesia, non un lei di genere) vedi che tu sei così e hai poco da immaginarti/fantasticarti/struggerti

riportarmi coi piedi per terra, sbattermi per terra, con la violenza della forza dell’Ordine (e non del Caos, per dire).

oppure potrebbero essere semplici

(non tanto semplici in realtà)

rigidità strutturali

Hai le spalle curve, i legamenti corti (fa ridere detta così), il ventre globoso, un accenno di scoliosi, varie contratture muscolari, quegli sciami di peli, ma più che altro la legnosità del tronco che si finge ricco di linfa, quando ha già iniziato a mostrare la sua giallosità disidratata, la legnosità del tronco che si finge secco per galleggiare e invece è ricco di sostanze nutritive, quando non di manna o di miele nascosto in favi minuscoli e pregiati o dei funghi che ci crescono sopra, e da qua, dal tuo corpo fatto così com’è, come un intrico di muscoli avvinazzati di nervi, tu quantevveriddio non ne esci, quella è la tua maledizione.

cioè, la mia, parlo di me, come sempre, senza uscirne

E quindi io, o chi per me, non ne esco. Se c’è una disforia è una disforia di movimento, prima che di genere.

Quindi, nel dubbio della mia esistenza, che in fondo credo a tutto quello che mi si dice, poiché è anche questo è un po’ profondo, questi sono segnali importanti che prendo e li coccolo negli anfratti del mio malesserino e dico oh dev’essere così.

Credo a tutto quello che mi si dice, perché la colla che mi sostiene non sempre j’aregge.

Dico questo perché mi sto iniziando a interrogare sulla natura, o forse sarebbe meglio sulla cultura, dei miei blocchi.

Tanto li so, c’è poco da pensarci, mi sembra ridicolo solo dichiararlo.

Se questo pensarmi addosso non portasse i segni del tempo non mi farebbe così rabbia farlo. Sento rabbia, a farlo. Una rabbia che è gommosa.

Annunci