Eri così linkata #1

Anche fare una raccolta di cose interessanti che trovo in giro non sarebbe male, una cosa che facevo anche su altri blog.

Per iniziare una lunga chiaccherata tra l’ex cantante dei Throbbing Gristle, Genesis P-Orridge e la cantante degli Against me!, Laura Jane Grace e parlano di transizione, musica e Caitlyn Jenner.

MTI4NDA3NzE0MjExNTk5NjM0Un paio di articoli di Kai Cheng Thom pubblicati su xoJane.com. Nel primo parla della suo amore per se stessa, che l’ha portata a transizionare e mettere in discussione l’assunto di base che tutte le persone trans* siano nate nel corpo sbagliato. Nel secondo racconta la paura e la minaccia di essere uccise in quanto trans*.

Rona YefmanDazed, piuttosto attento a questioni trans*, riciccia fuori Les Enfants Terribles, un progetto fotografico della fotografa Rona Yefman che ha documentato la transizione A/R di suo fratello Gil.

Farida_Lemeatrag_02Anche Feature Shoot, uno dei siti più interessanti di fotografia, pubblica spesso articoli su progetti fotografici trans*. Transgender Youth è un progetto di Farida Lemeatrag molto delicato e per niente morboso.

Su uno dei blog dell’Espresso viene pubblicato un aggiornamento sulle terribili condizioni carcerarie in cui vive Chelsea Manning.

Nel mentre Diego Fusaro, che sinceramente non ho ben capito chi sia ma che dice di essere un filosofo, pubblica un post con un linguaggio astruso e allucinato nel peggiore dei modi. Magari in una dissertazione più lunga avrebbe pure più senso ma così condensata non va da nessuna parte. Confonde le cose e i termini e penso sia amaro ma necessario chiudere così.

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Appunti sulla partizione dell’io e su come fare finta di superarla [1.5]

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[Introduzione inutile che si può saltare]
Ogni volta che penso a me, quindi spesso ma non così spesso, devo operare una partizione.
Non è che la operi attivamente con coscienza elettromeccanica, semplicemente ne prendo atto. Una parte fa-pensa-sente qualcosa e altre no, è difficile che esperisca qualcosa con la totalità mia. Se c’è una parte partecipante, ce n’è anche una scettica e distante. Bivi a U, torni al punto di partenza ma solo dopo aver avuto l’illusione di svoltare.
Coscette di pollo, belle unte, che vibrano diversamente. Questo per aumentare la confusione e per per dar giù di mano con le metafore ostiche.
Non ne faccio un problema. Sto solo appesa a un palazzo alto, di vetro, con delle corde di seta e muco e guardo le cose passare, più o meno. Se c’è vento vengo sballottata un po’ qua e là, poi continuo a guardare le cose passare. Questo per dire che c’è qualcosa che non mi torna…

Da quando ho smesso di farmi ostruzionismo?
Avrò solo trovato dei modi nuovi che ancora non percepisco con chiarezza.
Poi un giorno lo capirò.

…ma anche che l’identità di una persona è meno definita di quanto possa sembrare.

[Fine dell’introduzione inutile, non che il resto spicchi in utilità]

Ora non devo fare altro che aspettare, Sono in un’attesa strana, ma nemmeno tanto. Qualcosa sta lavorando per me. Questo cambiamento paradossalmente mi provoca meno ansia, è una collaborazione, un progetto, ‘na cosa.
Siamo tutte d’accordo che sia così. L’elemento esterno, l’aiuto significante della chimica ideologica aggiunge il giusto apporto di impudicizia timida.
E’ un proggettto questo, non una terapia, men-che-meno una cura.
I cambiamenti che sto vivendo da quanto dipendono dagli ormoni o da me? Preciado parla della disgiunzione tra ormoni e maschile/femminile, è un concetto un po’ difficile da capire, epperò questa atomizzazione degli elementi mi è utile per pensare in altri termini a quello che sto facendo. Poi alla fine, strignistrigni, non è che mi serva davvero.

La nostra identità è plasmata continuamente dagli ormoni, dal cibo, dall’ambiente, dai batteri, dagli altri. Come posso essere certa che io sono quella persona lì che pensavo di essere quando assumendo delle sostanze esterne sto cambiando? Gli ormoni quindi stanno rivelando qualcosa, sono cioè degli strumenti affilatissimi, dei grimaldelli che scardinano casseforti chiuse per anni, che celano tenerezze e fragilità in certi casi di molta minore età – degli agenti esterni in pratica?
Io sono più io con o senza gli apporti chimici che sto assumendo per via orale, leggeri come sardine appena pescate?
Io ero più io col mio dosaggio di testosterone ed endorfine o lo sono più ora che oltre ad abbassare il testosterone aumento i livelli di estrogeni e prendo anche degli stabilizzatori dell’umore? Se smettessi di prendere tutto e tipo diventassi vegetariana e facessi una vita fica e salutare, come cambierebbe la mia identità?
Dov’è il confine tra il mio Vero Io e la chimica sintetizzata? Rimango comunque imperfetta ma forse meno di prima?
Sto diventando la persona che voglio o è solo un caso? La mia volontà interferisce o è solo un riflesso dell’Io, cozza in un mare in tempesta?

Sono domande, ma più che altro speculazioni, sono più salda di prima, mica bandierina in balia della buriana. Non credo esista il progresso come linea retta, e nemmeno la transizione, procedimento medico basato su concetti occidentali, è una linea di progresso quasi ingegneristica.
Aggiungi l’ormone B alla persona H e avrai una versione improved della persona H, una persona H+ diciamo.

E’ una collaborazione dicevo, tra me e le sostanze che prendo, chissà cosa devo aspettarmi, anche di ritrovarmi a essere chi non pensavo di voler essere e comunque vorrei saper ballare per continuare questi moti interni e portarli verso fuori alla marea umida dell’ossigeno del mondo. Forse non esiste un Io che possa fare qualcosa, per questo deve attendere e lasciare che tutto cambi.
Cerco di trovare delle parole ma mi vengono solo movimenti, con specchi e cose e balaustre, no?

[Forse ce l’ho fatta. Sono un origami, che significa appunto piegare la carta. Non c’è nemmeno la scusa di una metafora.]

L’aria condizionata aziendale come simbolo del capitalismo avanzato

employee-contributionQuesta storia dei condizionatori degli uffici settati sul metabolismo maschile (qui e qui maggiori info) è una storia commovente. Uno di quei casi dove mille cose si intersecano e si influenzano a vicenda in un tripudio di simboli e pratiche, che con una dose di cinismo marxista si possono rintracciare come appartenenti al capitalismo occidentale,  e anzi sembra un problema e un’opportunità molto sentiti.

Gli uffici sono dei luoghi malefici. Se sono appartamenti in edifici moderni o precedenti, e succede spesso, hanno spazi inadatti (anche per un’ottimale gestione della temperatura). Se sono invece appositamente progettati e costruiti come uffici sono dei luoghi malsani più simili a ospedali dei soldi.

La vita negli uffici riproduce in miniatura le regole sociali immanenti. Su tutto la solita rigida divisione di genere. Negli uffici, almeno in quelli serii e pomposi, questa divisione viene accentuata dall’abbigliamento. L’eleganza formale dei matrimoni, senza la stucchevolezza della lacca e del gel, si interseca alle dinamiche sociali delle famiglie allargate ma senza la confidenza che porta allo scambio e alla condivisione di gas corporei, ma con la stessa quantità di nevrosi e nondetti.
Si dividono spazi e tempi preziosi, ci si pongono obiettivi esterni a sé, ci si deve coordinare e adattarsi a essi e agli altri senza parlare espressamente delle dinamiche personali e interpersonali.

La ricerca sull’aria condizionata evidenza che oltre alla differenza di metabolismo e di percezione delle temperature tra maschi e femmine, anche i vestiti fanno la loro parte. Gli uomini – si lamentano – sono costretti dentro le loro camicie inamidate e nelle loro cravatte dai toni sobri, anche d’estate. Le donne invece possono vestirsi in maniera leggera, col piedino rigorosamente gettato al vento e il petto, invece,

is closer to the core of the body, so the temperature difference between the air temperature and the body temperature there is higher when it’s cold.

Ho spesso notato come lo spessore dei vestiti cambi tra il guardaroba maschile e quello femminile e quanto tutto questo abbia anche un valore simbolico.
In genere la donna – quella rappresentata nella moda e dalla haute couture – deve vestirsi di leggiadria e delicatezza, con stoffe impalpabili e più o meno corte e veli, trasparenze, aperture, svolazzi. E’ un’idea di donna molto specifica, più o meno erotizzata. La donna d’estate può e deve scoprirsi e, nei limiti, può farlo anche in ufficio. Mentre all’uomo non è concesso mostrare pelle oltre il gomito o se è proprio uno che ci tiene a sottolineare la sua alpha maleness, il petto (ne ho uno così in ufficio, insopportabile, ma per altri motivi. Uno che ti rigira le domande.)
Anche un maglione invernale presenta delle differenze simboliche. Nell’uomo serve a coprirsi dal freddo, nella donna a nascondercisi e accoccolarsi.
La donna può essere svolazzante come un fiore, l’uomo deve essere compatto come una roccia (sennò è frogio). Piccoli esempi, funzioni e universi simbolici diversi.

Negli uffici vige un rigido dress code di genere. Mentre l’abbigliamento sportivo e quello casual è più unisex, l’abbigliamento elegante, quale si addice agli uffici, ha ancora sulle spalle il peso del passato. L’eleganza è ancora legata alla divisione di genere dei secoli scorsi, mentre, appunto, l’abbigliamento sportivo e quello casual sono nati nel Novecento e riflettono una divisione di genere apparentemente meno netta.
Non è necessaria un’eleganza estrema ma un’eleganza quotidiana, sobria ma puntuale.
Probabilmente è uno dei modi per stabilire una gerarchia basata sul genere, una delle tante gerarchie in realtà. Tipo la differenza tra l’avere un capo maschio o un capo femmina.

L’aria condizionata  non poteva che essere stata inventata negli Stati Uniti nel 1902 da tal Willis Carrier.
L’aria condizionata troppo alta fa sprecare energia e soldi, ma sembra non importare.
L’aria condizionata crea un’ambiente asettico e deumidificato e artificiale quanto il lavoro in ufficio. Sembra dover aiutare a lavorare meglio, come se fosse la temperatura il problema principale, e non la differenza tra le retribuzioni tra uomini e donne o la disoccupazione femminile, il mobbing, la maternità. (E’ una semplificazione populista questa lo so.)
L’aria condizionata sparata a cannone è un contentino, la creazione di un ambiente artificiale scollegato dalla realtà ed è uno dei tanti atteggiamenti meh che abbiamo adottato dagli Stati Uniti (sto in fissa, lo so).

I miei coming out nell’era postelettrotecnica

animal-stuck+%284%29I miei coming out sono stati tanti e uno più ridicolo dell’altro. I coming out sono faticosi, ho dovuto dover spiegare chi ero. Meglio: quel vago sentimento, di quello che percepivo di dover essere, anche se ho sempre saputo più o meno chi ero, un gioco di specchi dove il riflesso non arrivava mai.
Lo sapevo ma facevo finta di non saperlo, lo sentivo ma facevo finta di non sentire niente. La paura, la scarsa autostima, la depressione arida come una vecchia artritica, il preferire una vita psicotica e irredenta e comunque tutta mentale, dei genitori che non sapevano manco loro – porelli – dove stavano, sul perché c’era più chiarezza, era racchiuso nelle innominabili volontà dell’Altissimo ed era comunque inconoscibile. Tutte queste cose e altro che ho voluto dimenticare mi hanno sempre allontanata da me stessa.

Parlare di me voleva dire parlare e non mostrare qualcosa, erano un racconto, delle parole, delle prospettive, niente più di propositi di fine anno.

Le definizioni che mi davo cambiavano, mi permettevo di usare solo quelle più accessibili. Travestito era una abbastanza a portata di mano e con quella scrissi una letterina ad alcuni dei miei amici della città dove vivevo, una tranquilla, suina, ciottolosa, borghese cittadina padana.
Dicevo loro che mi piaceva travestirmi e altre cose che non ricordo. Non ricordo nemmeno le loro reazioni.

Tra il mio trasferimento dalla lacustre cittadina e qualche lustro successivo, il magma merdoso dentro di me ribolliva con costanza. Nell’assoluta incapacità di relazionarmi e di saper vivermi, ho spesso usato delle persone.

Mi riesce difficile parlare o anche solo pensare a quel periodo per il senso di vuoto, panico e inesperienza che mi avvolgeva. Sento ancora un disagio forte come uno di quegli adolescenti grossi e stupidi che non sanno controllare la propria forza, cosa che comunque io non ero, perché ero piccolo e intransigente.

Dopo qualche anno di nulla e un tentato coming out coi miei, avevo almeno deciso di parlarne.

All’inizio adottavo la tecnica del saitidevodireunacosa e si pensava avessi problemi di alcol, scommesse, lotte clandestine tra galli. Poi con giri di parole immense, la prendevo lontana, mi vergognavo più dire e non fare che della cosa in sé, del fatto che non lasciassi trasparire nulla, pensavo a quanto inutile contasse il mio parlare quanto inutile e nullo era il mio agire. Sono arrivata a esordire con “sai, ho una sorella, ma sono io.” Un bellissimo incipit devo dire.

Poi sono passata alla tecnica dello schiaffo. Esordivo sempre con saitidevodireunacosa poi forte della convizione che un’immagine vale più di mille parole mostravo a schiaffo una mia foto in qualche improbabile outifit, che ora penso sia più adatto a qualche carnevale aziendale, per quanto sia sempre sobria come una pastina in brodo alla fermata del bus.

Una volta ad una coppia di amici che mi avevano invitato a pranzo, prima di andare da loro ho chiesto se potevo andarci in abiti femminili. Col tempo mi facevo più audace.

Finito il giro di amici più o meno stretti è entrato in gioco Fubbuc. Ho due profili, uno col mio nome maschile che ho usato in passato per lavoro e che praticamente non uso più e uno col mio nome femminile che è praticamente lo stesso e che uso profilo hutile et perfettissimo.
Attraverso gli inviti alle serate di Transmission cercavo di portare persone che non sapevano nulla. Mi ero stancata di parlare e già mi presentavo in giro con la mia nuova timida, incerta identità

Ho incontrato conoscenti in giro e non mi riconoscevano.
Ci si fa sempre un’idea più o meno coerente delle persone e ci vuole una certa prontezza per ritrovare la persona conosciuta fuori contesto e con un aspetto totalmente diverso. Ci si fa un’idea univoca, è normale, e non si riconosce. Perché lo si dovrebbe riconoscere?

Successivamente aggiungevo altre persone che non vedevo da tanto ma che volevo che sapessero e poi attraverso i messaggi privati spiegavo. Alla fine i rapporti con molte conoscenze sono comunque mediate da Fubbuc, quindi perché non usarlo.
A chi non capiva la differenza ho consigliato di guardare le foto del profilo, ancora non ho più voglia di spiegare, di tradurre in parole, preferisco raccontarmi in questo modo.Spero anche che qualcuno mi vede tra le pessone che potrebbe conoscere e decide di aggiungermi e capire, ma forse penserà solo che l’ho cancellat* e invece no.
Poi c’è stato il secondo coming out coi miei, e qui mi fermo.

E’ anche una cosa bizzarra, se avessi dovuto aspettare un momento giusto, se avessi dovuto aspettare di incontrare certe conoscenze per caso, ma più che altro l’ansia di volermi disvelare come a dire, scusami per tutto quello che sono stato, sto cercando di essere una persona nuova, per questo ti ricontatto, sto cercando di avere con te un rapporto più vero e sincero e se non lo è stato fino ad ora, non è stato solo perché eri troppo pres* dalle tue cose, dal fatto che magari non si è creato un feeling sperato, ma perché ero io che mi celavo dentro il mio carapace di spugna.

Mi sono fatta audace, c’è mi sta conoscendo solo come anto e io ci tengo a spiegare che non ero così, come se dovessi giustificarmi, come a dire se ho dei difetti ora pensa a prima, come a dire ora credo di essere una persona degna di amare e essere amata. E prima non lo ero, o almeno così mi piace credere.