Su cosa vuol dire avere una mezza vita, se non un terzo

Avevo iniziato e iniziava così:

La mia vita è divisa in tre come un trittico della vita di qualche santità. Tipo questo, che sembra Gesù invece è il Trittico del Matrimonio mistico di Santa Caterina, di Hans Memling.
A dirla tutta l’ho preso a caso, variegato esempio di trittico.
Non so cosa sia un Matrimonio mistico, forse un’unione metafisica con Cristo, che ci si guarda nelle anime e ci si ama volando sulle nubi ma anche in ogni dove.

triptych

Delle tre – di parti, come si diceva – la più potente, sfrigolante, inesplicabile è quella onirica. Per certi versi inutile.
Paesaggi simili a quelli della prima e terza pala e sfere dorate piene di persone a lezione. Per non parlare del trittico del Giudizio Universale, sempre di Memling, e in particolare la pala di sinistra, la cattedrale illuminata da una luce lunare

Memling,_giudizio_universale_01

Negli ultimi mesi ho creato una rete tra i sogni, fino a ricordare in un sogno, un altro sogno fatto settimane prima. Non imparo nulla, certo. Mi sparano e muoio e non ci faccio nulla. Questa settimana sono finita in prigione due volte. Una volta a causa mia, un’altra a causa di un guidatore scemo e dal sistema giudiziario giapponese che non capiva il mio caso. Sono esperienze, e non lo sono, e sono comunque bellissime. Sono esperienze, e non lo sono ed è una cosa molto più che affascinante.
I sogni sono un rifugio sì, ma sono anche qualcosa di altro.

Il terzo terzo, poi, è la vita ex post (una frase così poco chiara che potrebbe essere mitologica. Un ibrido di vita passata presente e futura. E’ la mia vita in ufficio. A questo punto era, perché sta per finire, con qualche imbarazzo e mille cose non dette. Tutti vedevano, notavano, intuivano, nessuno diceva niente.

Mi faccio chiamare Anto, un nome che ne richiama altri, un diminutivo, non un soprannome, una parte tronca. Anto sta per? Lo devo ancora scegliere.
Non ho altro da dire, non è difficile capirmi, non mi ricordo quale tesina ho dedicato all’indecisione.
Si può non decidere e rimandare una tale definizione? Forse è troppo, rigenerarsi, rinnovarsi, riaprirsi con altre modalità.
La transizione quasi non permette una tale distrazione, un percorso lanuginoso, pensile e timido. L’auto.determinazione include la determinazione volitiva della propria esistenza. Niente scorribande. Dritti al punto, ma forse io non ce la so e non me ne faccio una colpa millenaria.

Alla fine sarà Antonia. Il fatto che abbia usato la terza persona, sembra molto significativo. Devo ricongiungermi a un qualcosa che non è mai stato mio.

E poi il primo terzo è la vita che ho scelto, dove più o meno riesco a essere la persona che sto scegliendo di essere. E questo basta.

To have and to hold

Non sono capace di vincere tutto, anche se bisognerebbe, non so bene secondo chi, ma bisognerebbe. Mantenersi appena al di sopra dell’orlo di tolleranza, ma anche mantenersi e basta.

Ho bisogno di una zona, un’area circoscritta di fallimento e in questo caso, in questo momento è la mia situazione di lavoro. Penso di volerlo, di volerlo apposta. Trovarmi in un lavoro che non mi piace, con gente che mi piace poco, e l’ambiguità di presentarmi come non sono, o come ero. O impersonifico la transizione, non c’è situazione in cui è più evidente questa trasformazione. Non c’è passing, non c’è scelta, mi trovo in uno stato di strana esposizione. I cambiamenti si notano ma nessuno dice niente o forse sono io brav* a dissimulare.

Cosa sto cercando di comunicare? Forse aspetto che siano gli altri a fare il primo passo? C’è anche una sorta di orgoglio nel rivendicare un cambiamento non esplicitato.

Non è una scelta consapevole. Però adesso mi è chiara. Ed è comunque una zona di fallimento, in cui la mia volontà è quella di stare a disagio. Lo sospettavo, ma non aveva un nome.

Se dovessi risolvere la situazione ne troverò comunque un’altra e il mio stomaco mi ringrazierà.