To have and to hold

Non sono capace di vincere tutto, anche se bisognerebbe, non so bene secondo chi, ma bisognerebbe. Mantenersi appena al di sopra dell’orlo di tolleranza, ma anche mantenersi e basta.

Ho bisogno di una zona, un’area circoscritta di fallimento e in questo caso, in questo momento è la mia situazione di lavoro. Penso di volerlo, di volerlo apposta. Trovarmi in un lavoro che non mi piace, con gente che mi piace poco, e l’ambiguità di presentarmi come non sono, o come ero. O impersonifico la transizione, non c’è situazione in cui è più evidente questa trasformazione. Non c’è passing, non c’è scelta, mi trovo in uno stato di strana esposizione. I cambiamenti si notano ma nessuno dice niente o forse sono io brav* a dissimulare.

Cosa sto cercando di comunicare? Forse aspetto che siano gli altri a fare il primo passo? C’è anche una sorta di orgoglio nel rivendicare un cambiamento non esplicitato.

Non è una scelta consapevole. Però adesso mi è chiara. Ed è comunque una zona di fallimento, in cui la mia volontà è quella di stare a disagio. Lo sospettavo, ma non aveva un nome.

Se dovessi risolvere la situazione ne troverò comunque un’altra e il mio stomaco mi ringrazierà.

L’ipotesi di una prole

Io non so se voglio avere figli. Ogni tanto me lo chiedo ma proprio non lo so.
Prima del trattamento ormonale ero fertile, i miei spermatozoi stavano bene e tutto quanto. Ho sempre creduto di no, che stessero male, un po’ agonizzanti come me, pigri e mezzi gobbi. Invece stavano proprio bene, mentre io stavo male, però loro stavano bene, così come altri organi del corpo stavano bene mentre io no, ero pigro e mezzo gobbo. Vabbè che lo sono ancora.
Questa imperturbabilità biologica è strana, un po’ strana, nemmeno troppo strana, è normale, niente di inusuale. E’ così che dev’essere la continuazione della specie.

Ho una età in cui è normale avere figli, non che sia obbligatorio, però succede spesso. I figli si vogliono in due, in genere, ma credo anche in più persone, anche se diventa un po’ difficile strutturare la cosa.
Il mio incubo ricorrente se avessi un figlio sarebbe: e se gli piace il calcio?

Comunque anche volendo non posso avere figli, credo di aver perso la mia capacità procreativa. Anche volendo, non potrei mai adottare, o comunque non sarei idonea per un’adozione, non ho nemmeno un reddito fisso, come se fosse quello il problema.
Per ottenere il cambio dei documenti devo diventare sterile. Potrei operarmi e perdere per sempre le mie gonadi. Potrei anche fare una richiesta in qualche Tribunale per dimostrare che sto bene anche senza una vagina di dubbia utilità e in quel caso devo dimostrare che il principe umido, come avevo sentito chiamarlo una volta, non stilli più una goccia pregna di virile potenza.

In ogni caso, non posso avere figli. E nemmeno aprire un asilo nido, nel caso mi accontentassi di quelli degli altri. Non ho fratelli o sorelle per cui non posso nemmeno avere nipoti. Non posso nemmeno farmi suora. Potrei però lavorare in una ONG, sempre che il disallineamento tra me e i miei documenti non sia un problema. Questo per dire.

Sembra quasi una punizione per aver sfidato il volere divino.

Alla donna disse: i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.

Alle persone trans* Dio non ci ha proprio parlato e quindi non aveva previsto né dolore né niente, solo l’impossibilità di una esistenza che si aggiunge all’incapacità di procreare, un vicolo cieco, una causa persa, un calzino spaiato. Le persone trans* non esistono, non dovrebbero esistere e quindi non dovrebbero nemmeno figliare, portatrici sane di sterilità e abominio.

Sembra che da sempre la maternità abbia avuto un’ambivalenza letale. La maternità come dovere civile, come aspirazione intrinseca di ogni donna, come creazione della successione al trono o di forza lavoro, come momento di intimità con un qualcosa di tenero, la gioia della maternità e tutte storie che conosciamo benissimo.
Però i congedi di maternità sono brevi, brevissimi, più corti di una stagione di Game of Thrones.
L’idea di paternità come genitorialità accudente quasi non esiste. La donna deve partorire, deve esserne felice e poi deve tornare al lavoro, sempre che ce l’abbia ancora. Della maternità si vogliono vedere solo certe cose, le cose belle, color pastello, le api che girano sul lettino, le risate quando tuo figlio ti piscia in faccia mentre lo cambi.

La maternità non tiene conto di niente e nessuno. E’ un fatto che viene usato, con retoriche più o meno diverse. Non viene mai vista per quella che è e non so nemmeno bene cosa sia.

Anche il rapporto tra le donne e il proprio corpo, come la maternità, ma così anche come l’emotività degli uomini, dovrebbe essere uno dei centri di tutta la civiltà del mondo unito e facente parte di una galassia in pace con se stessa.

Me la immagino così, a un certo punto il tuo corpo inizia a fare delle cose che non puoi controllare, anche lì il ciclo non tiene conto di niente e di nessuno. E’ un fatto che può creare fastidio, dolore, imbarazzo. Tocca che comunque ne tieni conto sempre. Il tuo corpo richiede attenzione, delicatezza, comprensione. Senza aggiungerci poi il discorso estetico, le pressioni sociali, le ansie, le cose.

11225725_727802314017468_3956457763749453275_n

Questa situazione gli uomini non l’hanno mai vissuta, la premurosa consapevolezza di essere un campo minato. Semplicemente non c’è e non ce l’ho avuta nemmeno io ovviamente.
Era un tipo di conflitto diverso, ossessivo, diabolico, nevrotico (in questo post mi piace mettere dei trii di aggettivi, poi magari la smetto).

Non so bene come sarei da genitore1.
Posso immaginarlo da come tratto i gatti. Cerco sempre il loro affetto, sono ansiosa, ma me ne frego pure un po’. Prima di prenderli avevo paura di non essere una brava madre, che tipo morivano di fame o che lasciavo in giro dei cani per casa che avrebbero potuto aggredirli.
Mi rendo conto che se vedo dei bimbi piccoli vorrei tutto il loro affetto, che è più facile richiederlo a loro, pure se vedono solo le ombre e sbavano, ma lo fa anche Kevyn, il maschio tra i miei gatti, per usare una terminologia genitoriale, ma anche il piccolo.
Forse non sarei un buon genitore1, però potrei essere un buon genitore2.

Forse invece potrei diventare genitore 1/2 del mio corpo, che è l’unica forma di genitorialità che mi viene permessa. Non voglio dire che questa sia una nuova vita, ma alle volte sembro incinta.

Appunti sulla partizione dell’io e su come fare finta di superarla [1.5]

tumblr_nt077dF1aW1tvsltao1_500

[Introduzione inutile che si può saltare]
Ogni volta che penso a me, quindi spesso ma non così spesso, devo operare una partizione.
Non è che la operi attivamente con coscienza elettromeccanica, semplicemente ne prendo atto. Una parte fa-pensa-sente qualcosa e altre no, è difficile che esperisca qualcosa con la totalità mia. Se c’è una parte partecipante, ce n’è anche una scettica e distante. Bivi a U, torni al punto di partenza ma solo dopo aver avuto l’illusione di svoltare.
Coscette di pollo, belle unte, che vibrano diversamente. Questo per aumentare la confusione e per per dar giù di mano con le metafore ostiche.
Non ne faccio un problema. Sto solo appesa a un palazzo alto, di vetro, con delle corde di seta e muco e guardo le cose passare, più o meno. Se c’è vento vengo sballottata un po’ qua e là, poi continuo a guardare le cose passare. Questo per dire che c’è qualcosa che non mi torna…

Da quando ho smesso di farmi ostruzionismo?
Avrò solo trovato dei modi nuovi che ancora non percepisco con chiarezza.
Poi un giorno lo capirò.

…ma anche che l’identità di una persona è meno definita di quanto possa sembrare.

[Fine dell’introduzione inutile, non che il resto spicchi in utilità]

Ora non devo fare altro che aspettare, Sono in un’attesa strana, ma nemmeno tanto. Qualcosa sta lavorando per me. Questo cambiamento paradossalmente mi provoca meno ansia, è una collaborazione, un progetto, ‘na cosa.
Siamo tutte d’accordo che sia così. L’elemento esterno, l’aiuto significante della chimica ideologica aggiunge il giusto apporto di impudicizia timida.
E’ un proggettto questo, non una terapia, men-che-meno una cura.
I cambiamenti che sto vivendo da quanto dipendono dagli ormoni o da me? Preciado parla della disgiunzione tra ormoni e maschile/femminile, è un concetto un po’ difficile da capire, epperò questa atomizzazione degli elementi mi è utile per pensare in altri termini a quello che sto facendo. Poi alla fine, strignistrigni, non è che mi serva davvero.

La nostra identità è plasmata continuamente dagli ormoni, dal cibo, dall’ambiente, dai batteri, dagli altri. Come posso essere certa che io sono quella persona lì che pensavo di essere quando assumendo delle sostanze esterne sto cambiando? Gli ormoni quindi stanno rivelando qualcosa, sono cioè degli strumenti affilatissimi, dei grimaldelli che scardinano casseforti chiuse per anni, che celano tenerezze e fragilità in certi casi di molta minore età – degli agenti esterni in pratica?
Io sono più io con o senza gli apporti chimici che sto assumendo per via orale, leggeri come sardine appena pescate?
Io ero più io col mio dosaggio di testosterone ed endorfine o lo sono più ora che oltre ad abbassare il testosterone aumento i livelli di estrogeni e prendo anche degli stabilizzatori dell’umore? Se smettessi di prendere tutto e tipo diventassi vegetariana e facessi una vita fica e salutare, come cambierebbe la mia identità?
Dov’è il confine tra il mio Vero Io e la chimica sintetizzata? Rimango comunque imperfetta ma forse meno di prima?
Sto diventando la persona che voglio o è solo un caso? La mia volontà interferisce o è solo un riflesso dell’Io, cozza in un mare in tempesta?

Sono domande, ma più che altro speculazioni, sono più salda di prima, mica bandierina in balia della buriana. Non credo esista il progresso come linea retta, e nemmeno la transizione, procedimento medico basato su concetti occidentali, è una linea di progresso quasi ingegneristica.
Aggiungi l’ormone B alla persona H e avrai una versione improved della persona H, una persona H+ diciamo.

E’ una collaborazione dicevo, tra me e le sostanze che prendo, chissà cosa devo aspettarmi, anche di ritrovarmi a essere chi non pensavo di voler essere e comunque vorrei saper ballare per continuare questi moti interni e portarli verso fuori alla marea umida dell’ossigeno del mondo. Forse non esiste un Io che possa fare qualcosa, per questo deve attendere e lasciare che tutto cambi.
Cerco di trovare delle parole ma mi vengono solo movimenti, con specchi e cose e balaustre, no?

[Forse ce l’ho fatta. Sono un origami, che significa appunto piegare la carta. Non c’è nemmeno la scusa di una metafora.]

I miei coming out nell’era postelettrotecnica

animal-stuck+%284%29I miei coming out sono stati tanti e uno più ridicolo dell’altro. I coming out sono faticosi, ho dovuto dover spiegare chi ero. Meglio: quel vago sentimento, di quello che percepivo di dover essere, anche se ho sempre saputo più o meno chi ero, un gioco di specchi dove il riflesso non arrivava mai.
Lo sapevo ma facevo finta di non saperlo, lo sentivo ma facevo finta di non sentire niente. La paura, la scarsa autostima, la depressione arida come una vecchia artritica, il preferire una vita psicotica e irredenta e comunque tutta mentale, dei genitori che non sapevano manco loro – porelli – dove stavano, sul perché c’era più chiarezza, era racchiuso nelle innominabili volontà dell’Altissimo ed era comunque inconoscibile. Tutte queste cose e altro che ho voluto dimenticare mi hanno sempre allontanata da me stessa.

Parlare di me voleva dire parlare e non mostrare qualcosa, erano un racconto, delle parole, delle prospettive, niente più di propositi di fine anno.

Le definizioni che mi davo cambiavano, mi permettevo di usare solo quelle più accessibili. Travestito era una abbastanza a portata di mano e con quella scrissi una letterina ad alcuni dei miei amici della città dove vivevo, una tranquilla, suina, ciottolosa, borghese cittadina padana.
Dicevo loro che mi piaceva travestirmi e altre cose che non ricordo. Non ricordo nemmeno le loro reazioni.

Tra il mio trasferimento dalla lacustre cittadina e qualche lustro successivo, il magma merdoso dentro di me ribolliva con costanza. Nell’assoluta incapacità di relazionarmi e di saper vivermi, ho spesso usato delle persone.

Mi riesce difficile parlare o anche solo pensare a quel periodo per il senso di vuoto, panico e inesperienza che mi avvolgeva. Sento ancora un disagio forte come uno di quegli adolescenti grossi e stupidi che non sanno controllare la propria forza, cosa che comunque io non ero, perché ero piccolo e intransigente.

Dopo qualche anno di nulla e un tentato coming out coi miei, avevo almeno deciso di parlarne.

All’inizio adottavo la tecnica del saitidevodireunacosa e si pensava avessi problemi di alcol, scommesse, lotte clandestine tra galli. Poi con giri di parole immense, la prendevo lontana, mi vergognavo più dire e non fare che della cosa in sé, del fatto che non lasciassi trasparire nulla, pensavo a quanto inutile contasse il mio parlare quanto inutile e nullo era il mio agire. Sono arrivata a esordire con “sai, ho una sorella, ma sono io.” Un bellissimo incipit devo dire.

Poi sono passata alla tecnica dello schiaffo. Esordivo sempre con saitidevodireunacosa poi forte della convizione che un’immagine vale più di mille parole mostravo a schiaffo una mia foto in qualche improbabile outifit, che ora penso sia più adatto a qualche carnevale aziendale, per quanto sia sempre sobria come una pastina in brodo alla fermata del bus.

Una volta ad una coppia di amici che mi avevano invitato a pranzo, prima di andare da loro ho chiesto se potevo andarci in abiti femminili. Col tempo mi facevo più audace.

Finito il giro di amici più o meno stretti è entrato in gioco Fubbuc. Ho due profili, uno col mio nome maschile che ho usato in passato per lavoro e che praticamente non uso più e uno col mio nome femminile che è praticamente lo stesso e che uso profilo hutile et perfettissimo.
Attraverso gli inviti alle serate di Transmission cercavo di portare persone che non sapevano nulla. Mi ero stancata di parlare e già mi presentavo in giro con la mia nuova timida, incerta identità

Ho incontrato conoscenti in giro e non mi riconoscevano.
Ci si fa sempre un’idea più o meno coerente delle persone e ci vuole una certa prontezza per ritrovare la persona conosciuta fuori contesto e con un aspetto totalmente diverso. Ci si fa un’idea univoca, è normale, e non si riconosce. Perché lo si dovrebbe riconoscere?

Successivamente aggiungevo altre persone che non vedevo da tanto ma che volevo che sapessero e poi attraverso i messaggi privati spiegavo. Alla fine i rapporti con molte conoscenze sono comunque mediate da Fubbuc, quindi perché non usarlo.
A chi non capiva la differenza ho consigliato di guardare le foto del profilo, ancora non ho più voglia di spiegare, di tradurre in parole, preferisco raccontarmi in questo modo.Spero anche che qualcuno mi vede tra le pessone che potrebbe conoscere e decide di aggiungermi e capire, ma forse penserà solo che l’ho cancellat* e invece no.
Poi c’è stato il secondo coming out coi miei, e qui mi fermo.

E’ anche una cosa bizzarra, se avessi dovuto aspettare un momento giusto, se avessi dovuto aspettare di incontrare certe conoscenze per caso, ma più che altro l’ansia di volermi disvelare come a dire, scusami per tutto quello che sono stato, sto cercando di essere una persona nuova, per questo ti ricontatto, sto cercando di avere con te un rapporto più vero e sincero e se non lo è stato fino ad ora, non è stato solo perché eri troppo pres* dalle tue cose, dal fatto che magari non si è creato un feeling sperato, ma perché ero io che mi celavo dentro il mio carapace di spugna.

Mi sono fatta audace, c’è mi sta conoscendo solo come anto e io ci tengo a spiegare che non ero così, come se dovessi giustificarmi, come a dire se ho dei difetti ora pensa a prima, come a dire ora credo di essere una persona degna di amare e essere amata. E prima non lo ero, o almeno così mi piace credere.

Dimensioni. Riflessioni animate da un senso di vuoto e di vertigine, vertigine

96CxiJI - Imgur

Stavo per iniziare a scrivere di disgregazione, mi era venuta in mente una frase, ma poi mi sono addormentata.
Per fortuna, perché disgregazione non è.

I dati e le informazioni hanno una forma bidimensionale. La conoscenza è uno spazio bidimensionale.
L’esperienza occupa uno spazio a più dimensioni. Non una, non due o tre. Molteplici, infinite, ma limitate quanta limitata può essere l’esperienza humana.

Dopo un po’ ho capito cosa volevo dire. 

Pezzi di me, corpi e corpetti cosmici che non si toccano tra loro e seguono orbite casuali, veramente casuali, di qualsiasi forma, con rischi di collisione altissimi. sono orbite tridimensionali.
Ognuno di questi frammenti è un frammento di me. Quasi banale dirlo. Meno banale visualizzarlo, perché è il caos, tridimensionale.
Ci sono possibilità di correlazione, non sono davvero scissi, c’è effettivamente una leggera patina che li racchiude. Molti di essi sono staccati, molti di essi sono congiunti da lunghi filamenti organici, come nervi salati.

Ma più che altro in mezzo c’è il vuoto. Positivonirico amnionichilistocentrico socialnegativista vuoto.
Gran compagno, grande tedio, grande spazio di manovra, grande solitudine, grande possibilità, grande respiro, grandi orizzonti, grande oppressione.

rLP0hmr - ImgurChe poi alla fine sono anche abbastanza prevedibile, il più delle volte.
Stanno cambiando tanti paradigmi della mia vita, altri ho voluto sopprimerli. Altri non so, non li voglio vedere.
Sarà che spostarsi nella terza dimensione è sempre difficile, arduo, impegnativo? Sarà che la quinta dimensione è ancora pochino troppo per me? Sarà che preferisco continuare a strisciare?

8jao7jM

L’ipotesi di un bikini

tumblr_mwc3w2a24I1qfo3i7o1_1280Il mio corpo sta cambiando, certo, lentamente, con la stessa lentezza dello scioglimento di un ghiacciaio, con la costanza di una versione della goccia cinese che invece di essere d’acqua è di gomma e burro (e una punta di senape, ovvio), ma rimane sempre quello, con le medesime rigidità, con il medesimo numero di bulbi, sia oculari che piliferi, lo stesso numero di carie, occhi, fegati, milze e dita.

La difficoltà più grande è quello di dare un senso diverso a questo corpo. Il mutamento più grande è emotivo, e poi ho anche la pelle meno grassa. In inrealtà non sto parlando di una Vera Difficoltà, né di un problema e non è nemmeno una messa in discussione. Sto parlando di un cambio di paradigma, di prospettiva, di oh-ma-chi-sono?. Ma forse non saprei nemmeno come definirla. Mi stranisco pure se cambio le lenzuola e intorno a me percepisco un colore diverso dal solito, non un’alienza permanente ma solo una virgola di realtà che cambia, per dire.

Alla soglia dei sei mesi di TOS, sono andata per la prima volta in spiaggia, in bikini o presunto tale (era della biancheria intima malamente camuffata da costume). A parte il mio seno da dodicenne, ripeto, il mio corpo era più o meno lo stesso di quello di sei sette mesi fa, coi fianchi dritti come una superstrada americana, lentamente più o meno lo stesso.

Non vorrei ridurre tutto ad una semejotica di genere, ma il corpo è anche un segno, e come si fa a cambiare significato allo stesso significante, come posso dare un’identità femminile ad un corpo ancora maschile? Mettendola in questo modo ovviamente sto oggettificando il mio corpo, che è una parte di me, ma è anche una parte del mondo, della realtà e in quanto tale ha bisogno di un riconoscimento.

Al primo incontro tra due persone che non si conoscono il genere è il primo fattore che viene riconosciuto. Attraverso l’abbigliamento le persone definiscono apertamente il loro genere. Poi vengono altre cose, la forma del corpo, la gestualità, i vari elementi che compongo il parlare, i caratteri sessuali secondari.

Torno a me. Forse non dovrei aver bisogno di genderizzare il mio corpo (c’è forse qualche screanzat* là fuori che mi deve dire di cosa devo avere bisogno? Spero proprio di no), non dovrei pensarci, dovrei viverlo per com’è, che è poi è anche quello che faccio. Il mio tucking non era perfetto, il mio vello spuntava guerriero e baldanzoso qua e là, il mio stomaco protrudeva come una bovindo, i miei fianchi erano stretti quanto un fascio di tante penne bic con l’inchiostro che si sta seccando.

Il mio corpo era lo stesso, lo è ancora, ma io sono diversa. Io sono diversa.

Devo dire che è un’esperienza strana, non so bene dove vorrei arrivare, non ho un’idea precisa di come voglio diventare, non so proprio benebenebene cosa sto facendo. Vorrei poter dire delle cose eleganti usando le parole slittamenti, sentire, percezioni corporee, piaceri, corpi desideranti, ma non sono pronta e forse non lo sarò mai.

tumblr_luu9vw61cJ1qmoyxko1_500

L’ipotesi di un corpo

Fin da piccolo non ho mai avuto grande considerazione del mio corpo.
Stava lì, appeso tra la gravità e un pensiero di malinconia grumosa e una fantasia, o due, o quattordicimila.
Non facevo sport, non capivo come funzionava il mio corpo, cosa dovessi tirare per far muovere qualcosa, come concentrarmi per effettuare esattamente quel movimento richiesto. La mia attenzione era ed è sempre concentrata sul mio viso, che non è una maschera, è stata una maschera, è anche una maschera. Lo è stata, sì. Impossibile che non lo fosse.

Il mio corpo non era Soggetto.

Le membra immobili, infinite – si dice tradire le emozioni nel senso che si tradiscono perché devono rimanere celate, tradire perché è meglio di no, o tradirle per altri motivi, per non averle accuratamente espresse, con l’attenziona dovuta, per sé e per gli altri? – le membra immobili, infinite, dislessiche non tradivano niente, forse solo un movimento potenziale. Non mi sono servite se non a spostarmi da un punto A al punto A.1. Il corpo non mi apparteneva, lo percepivo, ma non era niente di me. Ricordo bene il fastidio per i peli, prepotenti. Io ero solo pensiero e depressione.

Il mio sentire sta per diventare Soggetto.

Adesso osservo i cambiamenti del mio corpo con un misto di ansia (la metto ovunque), apprensione e indifferenza, continua a non appartenermi, allo stesso tempo è un organismo che cresce per conto suo. La zona del bacino non conterrebbe nessuna vita, anche se fosse. La scurrilità della mia postura si adagia su compartimenti di senso ormai vecchi, ci si poggia languida e decrepita.
In attesa che il mio corpo diventi un segno del mio genere e del suo riconoscimento, devo ovviare usando l’abbigliamento come segno intelligibile e intuibile, per poi lasciare che sia il corpo, ma non solo, a parlare per me. Nel mentre faccio altro.

Sto diventando Soggetto.

Ma l’ipotesi rimane.

Mi mancano solo un corpo.

E un sesso.