The Berlin Review #2: In Our Own Words. Refugee Women in Germany tell their stories 

Cover - In Our Own Words

L’idea è molto semplice: far parlare direttamente le rifugiate. C’è quella che è scappata dall’Afghanistan da un marito veramente psicopatico, quella che incinta è arrivata a Berlino via terra, camminando dalla Grecia alla Repubblica Ceca e poi altre che non hanno voluto dire il nome, ma tanto non importa. Senza nome potrebbero essere simili a molte altre, storie di violenze, di infibulazioni, di minacce ma sono anche storie uniche perché raccontate direttamente e per fortuna rimangono storie e non simboli.

“In contrast to conventional writing about the colonial situation, which is produced at the centers of global power and near the apices of class difference, testimonial literature is produced by subaltern peoples on the periphery or the margin of the colonial situation. Thus the margins of empire are now “writing back” in an overdue attempt to correct the Western canon and its versions of “truth”. Testimonial literature has been defined by George Yuidice as an authentic narrative, told by a witness who is moved to narrate by the urgency of a situation (e.g., war, oppression, revolution, etc.).” – Voices for the Voiceless

Sono sempre più convinta che la testimonianza diretta, come quelle che potrebbero essere in questo libro (esiste qualcosa del genere in Italia?) pubblicato dall’International Women Space o iniziative tipo le biblioteche viventi o i Refugee Voice Tours possa aiutare a dissolvere il pantano semantico ed esistenziale degli immigrati, che diventano una massa indistinta e spersonalizzante di persone con gli smartphone. Proprio l’opposto.

Dal racconto dell’attivista sudanese Napuli Langa poi ho scoperto cosa sono stati i bus tour e tutto il movimento di Oranienplatz.

Comunque costa poco, è multilingue e lo potreste ordinare qui.

 

Annunci

The Berlin Review #1: Frauen auf Bäumen

Jochen-Raiss-10

Il tema di questo libricino di foto è semplicesemplice: foto d’epoca di donne sugli alberi.
Alcune sono solo a pochi centimetri da terra, con i tacchi penzoloni, altre si sono arrampicate in alto in alto e sono tutte sorridenti e fiere. Altre mostrano una certa goffaggine malcelata per non venire male. Ce ne sono un paio che l’espressione dice proprio chi me l’ha fatto fare? E altre chi sicuramente si facevano fotografare dalla propria compagna. Nelle foto di gruppo sembrano invece che avessero nidificato sugli alberi e vivessero lì, su uno spazio non troppo comodo per la vita collettiva.  Continua a leggere

Arianna

film-in-uscita-oggi-al-cinema-24-settembre-2015

Arianna non è un film sull’intersessualità, è un film italiano di formazione che in maniera tangente parla di intersessualità.
Del film italiano ha molte ricorrenze stilistiche (stavo per scrivere topos, ma io il greco non lo so): una colonna sonora con degli archi, silenzi, una protagonista che tocca le cose per conoscerle.

E poi la Natura. Arianna gironzola nella Natura, come se potesse trovarci tutte le risposte. Natura sempre buona, coccinelle sulle dita, alberi, raggi di sole, pioggia estiva che bagna ma non provoca polmoniti, cascatelle argillose, cinghialotti gnammignammi seppur squartati.
La stessa Natura che l’ha fatta nascere intersessuata. A questo punto la risoluzione non è più lì, nei boschi, ma nella Tecnologia medica che rivela e nelle Relazioni familiari che nascondono.

Continua a leggere

Su cosa vuol dire avere una mezza vita, se non un terzo

Avevo iniziato e iniziava così:

La mia vita è divisa in tre come un trittico della vita di qualche santità. Tipo questo, che sembra Gesù invece è il Trittico del Matrimonio mistico di Santa Caterina, di Hans Memling.
A dirla tutta l’ho preso a caso, variegato esempio di trittico.
Non so cosa sia un Matrimonio mistico, forse un’unione metafisica con Cristo, che ci si guarda nelle anime e ci si ama volando sulle nubi ma anche in ogni dove.

triptych

Delle tre – di parti, come si diceva – la più potente, sfrigolante, inesplicabile è quella onirica. Per certi versi inutile.
Paesaggi simili a quelli della prima e terza pala e sfere dorate piene di persone a lezione. Per non parlare del trittico del Giudizio Universale, sempre di Memling, e in particolare la pala di sinistra, la cattedrale illuminata da una luce lunare

Memling,_giudizio_universale_01

Negli ultimi mesi ho creato una rete tra i sogni, fino a ricordare in un sogno, un altro sogno fatto settimane prima. Non imparo nulla, certo. Mi sparano e muoio e non ci faccio nulla. Questa settimana sono finita in prigione due volte. Una volta a causa mia, un’altra a causa di un guidatore scemo e dal sistema giudiziario giapponese che non capiva il mio caso. Sono esperienze, e non lo sono, e sono comunque bellissime. Sono esperienze, e non lo sono ed è una cosa molto più che affascinante.
I sogni sono un rifugio sì, ma sono anche qualcosa di altro.

Il terzo terzo, poi, è la vita ex post (una frase così poco chiara che potrebbe essere mitologica. Un ibrido di vita passata presente e futura. E’ la mia vita in ufficio. A questo punto era, perché sta per finire, con qualche imbarazzo e mille cose non dette. Tutti vedevano, notavano, intuivano, nessuno diceva niente.

Mi faccio chiamare Anto, un nome che ne richiama altri, un diminutivo, non un soprannome, una parte tronca. Anto sta per? Lo devo ancora scegliere.
Non ho altro da dire, non è difficile capirmi, non mi ricordo quale tesina ho dedicato all’indecisione.
Si può non decidere e rimandare una tale definizione? Forse è troppo, rigenerarsi, rinnovarsi, riaprirsi con altre modalità.
La transizione quasi non permette una tale distrazione, un percorso lanuginoso, pensile e timido. L’auto.determinazione include la determinazione volitiva della propria esistenza. Niente scorribande. Dritti al punto, ma forse io non ce la so e non me ne faccio una colpa millenaria.

Alla fine sarà Antonia. Il fatto che abbia usato la terza persona, sembra molto significativo. Devo ricongiungermi a un qualcosa che non è mai stato mio.

E poi il primo terzo è la vita che ho scelto, dove più o meno riesco a essere la persona che sto scegliendo di essere. E questo basta.

To have and to hold

Non sono capace di vincere tutto, anche se bisognerebbe, non so bene secondo chi, ma bisognerebbe. Mantenersi appena al di sopra dell’orlo di tolleranza, ma anche mantenersi e basta.

Ho bisogno di una zona, un’area circoscritta di fallimento e in questo caso, in questo momento è la mia situazione di lavoro. Penso di volerlo, di volerlo apposta. Trovarmi in un lavoro che non mi piace, con gente che mi piace poco, e l’ambiguità di presentarmi come non sono, o come ero. O impersonifico la transizione, non c’è situazione in cui è più evidente questa trasformazione. Non c’è passing, non c’è scelta, mi trovo in uno stato di strana esposizione. I cambiamenti si notano ma nessuno dice niente o forse sono io brav* a dissimulare.

Cosa sto cercando di comunicare? Forse aspetto che siano gli altri a fare il primo passo? C’è anche una sorta di orgoglio nel rivendicare un cambiamento non esplicitato.

Non è una scelta consapevole. Però adesso mi è chiara. Ed è comunque una zona di fallimento, in cui la mia volontà è quella di stare a disagio. Lo sospettavo, ma non aveva un nome.

Se dovessi risolvere la situazione ne troverò comunque un’altra e il mio stomaco mi ringrazierà.

Transgender day of Remembrance 2015

tumblr_nxjafjVROy1uipkw0o1_1280.png

Ebin Lee con SPARK Reproductive Justice Now

Ogni anno il 20 novembre si celebra il Transgender Day of Remembrance in ricordo delle vittime trans*.

Negli Stati Uniti negli ultimi tre anni ci sono stati 53 omicidi, l’età media delle vittime era 31 anni, e sono soprattutto le trans di colore a essere più colpite. L’aspettativa di vita media di una trans di colore è di 35 anni, cioè 3 anni più di me. La lista delle vittime degli ultimi anni è piuttosto lunga, i nomi delle vittime sono tutti scritti e ricordati, ognuna con la propria storia.

Il 2015, l’anno di maggior visibilità per le persone transgender, ha registrato un’esplosione di violenza nei confronti delle trans.
I cambiamenti giuridici, quelli sociali e quelli mediatici non sempre vanno di pari passo, anzi quasi mai sono sincronizzati, purtroppo una legge sulla transfobia non farà diminuire la violenza.

Negli Stati Uniti nelle due settimane precedenti al TDOR c’è la Transgender Awareness Week. Il 31 marzo il Transgender day of visibility. In Italia però rimane solo il TDOR, l’unica manifestazione pubblica specificatamente trans ed è una commemorazione di persone uccise.
Simbolicamente e politicamente è una reiterazione della trans come vittima, sembra quasi che ci si ricordi di noi solo quando moriamo.

La lista delle trans uccise riportate da Gay Center, riporta storie di violenza, droga e prostituzione. La maggior parte di loro erano prostitute sudamericane. Dove ho potuto ho linkato il nome a un articolo di giornale che riportava la notizia della morte e ovviamente il nome anagrafico al maschile.

2007 – Valentina Falco, Tatiana Gomes, Emanuela Di Cesare, Stefania Coppi
2008 – J. C. Coronel, Samantha Rangel Brandau
2009 – Roberta Gavou, Nome sconosciuto (Milano 24/12), Mhtium Abululak, Aline Da Silva Ribeira
2010 – Brenda, D. Curi Huansi
2011 – Jessica Rollon
2012 – Bruna, Roberta Siquiera Herbert, Nome sconosciuto (Roma, novembre), Guerra Susaya
2013 – Nome sconosciuto (Salerno, 26/06), Andrea Olivieri
2014 – Tiara Franco
2015 – L. M. Dos Santos

Gli omicidi di donne sembrano avere un valore minore di quelli degli uomini, in 7 casi su 10 l’omicida è in casa, è il marito, l’amante, l’ex coniuge. Gli omicidi delle trans sono ancora più tristi e senza senso. Persone uccise da sconosciuti, senza un motivo, vittime di serie B.

È importante non dimenticare ma è ugualmente importante fare uscire le trans dall’alone morboso della cronaca nera, non avere attenzione solo se prostitute o casi umani o vittime o reginette di bellezza.
Che poi la violenza non è solo uccidere.

Quest’anno ci saranno manifestazioni a Roma, Torino, Milano, Bassano del Grappa, Perugia, Verona, Bologna, Trieste.

[Fonte img]

I Personaggi di Donne Forti non sono forti e nemmanco personaggi

ripley2

di Bijhan Valibeigi

Durante la scrittura della sceneggiatura di Alien, Dan O’Bannon aveva immaginato e scritto il personaggio di Ripley come un personaggio forte e complesso. L’aveva anche immaginato come un personaggio maschile. Dal momento che non riuscivano a trovare nessun attore che potesse interpretare il personaggio come O’Bannon l’aveva immaginato, la direttrice del casting Mary Selway presentò loro una donna che aveva tutte le caratteristiche che cercavano. Quando Sigourney Weaver accettò il ruolo di Ripley, l’unica correzione della sceneggiatura fu quella di cambiare i pronomi da “lui” a “lei”. Altrimenti, chi Ripley fosse e cosa Ripley facesse era del tutto irrilevante rispetto al genere.

Questa storia mi è venuta in mente quando mi sono accorta che io stessa avevo scritto un personaggio il cui genere era irrilevante, e l’avevo fatto diventare “di default” un personaggio maschile. In Time Wars Tales: the Beginning of a Bizarre Friendship, il protagonista è noto solo come Agent Mu. Ho scoperto che la storia sarebbe stata uguale, forse in alcuni punti anche migliore, cambiando i riferimenti di genere da maschili a femminili.

Mary Selway è stata in grado di andare oltre alle parole di Dan O’Bannon e alla storia che stava raccontando e in un impeto di genialità ha trasformato Ripley in una donna energica e determinata. Sono stata in grado di imparare da questa innovazione e applicarla al mio stesso lavoro. Ci sono molte persone coinvolte nella creazione di media che pensano di aver imparato la stessa lezione. Ma non è vero. Hanno forgiato per caso un tropo screditante che può essere chiamato Personaggio della Donna Forte (PDF).

Avete già incontrato questo personaggio. Ha capelli neri con una ciocca colorata, usa rossetto verde o viola e unghie con lo smalto scheggiato, indossa vestiti di pelle nera un po’ corti per aiutarla mentre va in giro con lo skate o in moto, possiede una serie di abilità che sono “da ragazzo” e ha interessi “da ragazzo”. Nel primo atto la incontriamo, sembra rozza e altezzosa, mentre dice Whatever! e rotea gli occhi.
Nel secondo atto ci viene mostrato il suo lato segreto femminile e premuroso – quasi sempre mentre capisce che in qualche modo ci tiene al personaggio maschile ed è troppo insicura da ammetterlo.
Nel terzo atto impara a riconciliare i suoi sentimenti per il protagonista con la sua identità di dura-come-un-chiodo e usa alcune delle tipiche abilità “da ragazzo” – in genere tecniche di combattimento ma anche hacking o l’arte della deduzione – per salvare il protagonista maschile… in modo che sia
lui risolvere la situazione.   

trinity matrixL’avete vista in Matrix, NCIS e Big Hero 6. Qualcuno ha chiamato questa categoria di personaggi “Trinity” dal nome del personaggio di Matrix: un personaggio femminile che appare forte ma non ha nessun effetto sostanziale sulla trama.

pepperpotts1Nonostante molte coincidenze e sovrapposizioni sto parlando di qualcosa di sottilmente diverso. Ci sono Trinity che non sono PDF. Il miglior esempio potrebbe essere Pepper Potts dalla serie di Iron Man, che sembra capace e intelligente ma non sfida mai la sua prevista femminilità e in più non aggiunge niente alla trama che non possa essere aggiunto con altri mezzi.

E ci sono PDF che non sono Trinity. Per esempio Abby Sciuto di NCIS. Di fatto contribuisce alla trama e lo fa essendo l’unica persona che ha le capacità e la conoscenza per dedurre la verità.
Ma Abby è anche la Jar Jar Binks della serie.
È lì in modo che possiamo ridere di quanto lei sia fuori posto. Anche quando altre donne si aggiungono al cast, sembrano più simili agli altri personaggi che ad Abby. A differenza dei suoi calmi, freschi e acerbi colleghi, Abby è spumeggiante, insicura, gregaria e affabile. In altre parole, una perfetta geisha. Se non fosse per il suo incorreggibile amore per la scienza!

Questa è la definizione di una PDF. Un personaggio le cui qualità esteriori e conquiste siano progettate in contrasto con la sua intima e femminile vulnerabilità. Viene valorizzata grazie ai suoi tratti maschili e viene tenuta lontana dall’essere la protagonista a causa dei suoi tratti femminili. Un personaggio che è stato ideato per rievocare un tropo è a malapena un personaggio e più una caricatura.

Quindi com’è fatto un buon personaggio? Bene, sarete sorpresi dal sentirlo, ma Trini Kwan e Kimberly Ann di Mighty Morpin Power Rangers sono meravigliose.

thuy1

Anche in assenza dei personaggi maschili Kimberly e Trini parlano costantemente una con l’altra. Parlano di paure e speranze, delle loro ambizioni personali di diventare ginnaste professioniste e del modo in cui possono combattere il male. In altre parole, Power Rangers passa regolarmente il test di Bedchel.

A Trini piace cucinare e quello che cucina è abbastanza indicativo del fatto che sia un’immigrata. I suoi amici sono spesso schifati dal cibo che lei ama. Nonostante sia una scena costruita per far ridere, chiunque abbia dei gusti diversi dalla maggior parte degli americani potrà capire quanto sia una parte reale dell’esperienza degli immigrati.

A Kimberly piace truccarsi, andare a fare shopping e avere conversazioni emozionanti con i suoi amici. Quando i personaggi maschili Billy e Zack sono frustrati dai propri limiti e difetti, in genere è Kimberly che interviene e li coinvolge emotivamente. È una balia e probabilmente potrebbe essere una brava madre.
Ma entrambe sono anche soldati in una guerra contro il Male innominabile, la cui disciplina fisica e mentale non ha eguali sulla Terra. Comandano macchine di guerra delle dimensioni di un edificio.

Quando gli amici di Trini sono congelati da un raggio alieno, lei deve viaggiare verso un mondo alieno e trovare da sola la cura. Evoca la forza della Tigre dei denti a sciabola, raggiunge il suo scopo e praticamente da sola torna a sconfiggere il mostro per salvare i suoi amici.

Non sono storie di enorme profondità emotiva e nemmeno sottili e ricche di sfumature. Ma dimostrano un livello di femminismo ancora assente dall’Universo Cinematografico Marvel e che sarà sicuramente assente dall’Universo Cinematografico DC. I personaggi femminili non sono in nessun modo definiti dalle loro relazioni con gli uomini che le circondano. I loro successi sono solo loro. Ciò che aggiungono al loro team non ha niente a che fare con il loro genere. Non provano a emulare il tipico comportamento maschile e le loro qualità femminili non sono mai nascoste o fonte di debolezza.

Una nota particolare potrebbe essere la relazione di Trini con Billy – e non intendo una relazione romantica. Quella di Trini e Billy rimane una delle più chiare amicizie maschio/femmina mai rappresentate in televisione. Billy tende a parlare usando frasi e parole molto lunghe per dire cose semplici, usando termini da cervellone con effetti comici. All’inizio era solo conveniente avere un “traduttore” che riportasse le lunghe battute di Billy in un inglese colloquiale. Questo ruolo è coperto da Trini. Per me questo ha molto senso. In quanto immigrata, Trini sarebbe stata l’unica altra persona con una conoscenza esoterica dell’inglese e sarebbe stato probabile che avesse imparato parole accademiche mentre studiava su libri di testo inglesi. La relazione si evolve da lì, con Billy che cerca Trini per consigli e Trini che regolarmente difende Billy dai bulli. In uno dei primi episodi, Trini si mette tra Billy e gli alieni che lo stanno attaccando. Il momento in cui lei fa a pugni per salvare il suo amico maschio mi ha eccitata e affascinata, sia da bambina che da adulta.

Quando Mary Selway ha scelto Sigourney Weaver come Ripley e io ho riscritto Agent Mu come donna, ha funzionato bene perché i personaggi grondavano già di una complessità che non era legata al loro genere. Nessun personaggio è capace di raggiungere un tale livello di complessità se fosse stato scritto con il presupposto che un personaggio femminile diventa più interessante dandole tratti tipicamente maschili. Quando personaggi come i Power Ranger sono scritti senza questa premessa allora possono anche non iniziare con una estrema complessità, ma almeno hanno l’opportunità di diventare più complessi con il loro sviluppo.

kimandtriniCosa dice della nostra società il fatto che elogiamo apertamente un personaggio femminile per la sua “forza” in quanto emula le aspettative maschili ed evita quelle femminili? Perché Kimberly Ann Hart e Trini Kwan non vengono prese come modelli femminili? Per una semplice ragione: essere “femminili” è sbagliato ed essere “maschili” è giusto. I personaggi femminili sono migliorati facendoli diventare più maschili. Kimberly e Trini sono sfacciatamente femminili. Amano essere donne, e vogliono essere trattate in quanto tale. Come transfeminine io stessa, capisco intimamente quella sensazione. E nessuno dovrebbe avere la sensazione che la sua gonna rosa, il suo amore per gli unicorni e per fare i biscotti possa renderle meno capaci di combattere alieni e difendere gli alieni.

[BlackGirlNerds/ zoppicante trad. mia]

Eri così linkata #1

Anche fare una raccolta di cose interessanti che trovo in giro non sarebbe male, una cosa che facevo anche su altri blog.

Per iniziare una lunga chiaccherata tra l’ex cantante dei Throbbing Gristle, Genesis P-Orridge e la cantante degli Against me!, Laura Jane Grace e parlano di transizione, musica e Caitlyn Jenner.

MTI4NDA3NzE0MjExNTk5NjM0Un paio di articoli di Kai Cheng Thom pubblicati su xoJane.com. Nel primo parla della suo amore per se stessa, che l’ha portata a transizionare e mettere in discussione l’assunto di base che tutte le persone trans* siano nate nel corpo sbagliato. Nel secondo racconta la paura e la minaccia di essere uccise in quanto trans*.

Rona YefmanDazed, piuttosto attento a questioni trans*, riciccia fuori Les Enfants Terribles, un progetto fotografico della fotografa Rona Yefman che ha documentato la transizione A/R di suo fratello Gil.

Farida_Lemeatrag_02Anche Feature Shoot, uno dei siti più interessanti di fotografia, pubblica spesso articoli su progetti fotografici trans*. Transgender Youth è un progetto di Farida Lemeatrag molto delicato e per niente morboso.

Su uno dei blog dell’Espresso viene pubblicato un aggiornamento sulle terribili condizioni carcerarie in cui vive Chelsea Manning.

Nel mentre Diego Fusaro, che sinceramente non ho ben capito chi sia ma che dice di essere un filosofo, pubblica un post con un linguaggio astruso e allucinato nel peggiore dei modi. Magari in una dissertazione più lunga avrebbe pure più senso ma così condensata non va da nessuna parte. Confonde le cose e i termini e penso sia amaro ma necessario chiudere così.

11880513_870961646304330_8626332377254356915_n

L’aria condizionata aziendale come simbolo del capitalismo avanzato

employee-contributionQuesta storia dei condizionatori degli uffici settati sul metabolismo maschile (qui e qui maggiori info) è una storia commovente. Uno di quei casi dove mille cose si intersecano e si influenzano a vicenda in un tripudio di simboli e pratiche, che con una dose di cinismo marxista si possono rintracciare come appartenenti al capitalismo occidentale,  e anzi sembra un problema e un’opportunità molto sentiti.

Gli uffici sono dei luoghi malefici. Se sono appartamenti in edifici moderni o precedenti, e succede spesso, hanno spazi inadatti (anche per un’ottimale gestione della temperatura). Se sono invece appositamente progettati e costruiti come uffici sono dei luoghi malsani più simili a ospedali dei soldi.

La vita negli uffici riproduce in miniatura le regole sociali immanenti. Su tutto la solita rigida divisione di genere. Negli uffici, almeno in quelli serii e pomposi, questa divisione viene accentuata dall’abbigliamento. L’eleganza formale dei matrimoni, senza la stucchevolezza della lacca e del gel, si interseca alle dinamiche sociali delle famiglie allargate ma senza la confidenza che porta allo scambio e alla condivisione di gas corporei, ma con la stessa quantità di nevrosi e nondetti.
Si dividono spazi e tempi preziosi, ci si pongono obiettivi esterni a sé, ci si deve coordinare e adattarsi a essi e agli altri senza parlare espressamente delle dinamiche personali e interpersonali.

La ricerca sull’aria condizionata evidenza che oltre alla differenza di metabolismo e di percezione delle temperature tra maschi e femmine, anche i vestiti fanno la loro parte. Gli uomini – si lamentano – sono costretti dentro le loro camicie inamidate e nelle loro cravatte dai toni sobri, anche d’estate. Le donne invece possono vestirsi in maniera leggera, col piedino rigorosamente gettato al vento e il petto, invece,

is closer to the core of the body, so the temperature difference between the air temperature and the body temperature there is higher when it’s cold.

Ho spesso notato come lo spessore dei vestiti cambi tra il guardaroba maschile e quello femminile e quanto tutto questo abbia anche un valore simbolico.
In genere la donna – quella rappresentata nella moda e dalla haute couture – deve vestirsi di leggiadria e delicatezza, con stoffe impalpabili e più o meno corte e veli, trasparenze, aperture, svolazzi. E’ un’idea di donna molto specifica, più o meno erotizzata. La donna d’estate può e deve scoprirsi e, nei limiti, può farlo anche in ufficio. Mentre all’uomo non è concesso mostrare pelle oltre il gomito o se è proprio uno che ci tiene a sottolineare la sua alpha maleness, il petto (ne ho uno così in ufficio, insopportabile, ma per altri motivi. Uno che ti rigira le domande.)
Anche un maglione invernale presenta delle differenze simboliche. Nell’uomo serve a coprirsi dal freddo, nella donna a nascondercisi e accoccolarsi.
La donna può essere svolazzante come un fiore, l’uomo deve essere compatto come una roccia (sennò è frogio). Piccoli esempi, funzioni e universi simbolici diversi.

Negli uffici vige un rigido dress code di genere. Mentre l’abbigliamento sportivo e quello casual è più unisex, l’abbigliamento elegante, quale si addice agli uffici, ha ancora sulle spalle il peso del passato. L’eleganza è ancora legata alla divisione di genere dei secoli scorsi, mentre, appunto, l’abbigliamento sportivo e quello casual sono nati nel Novecento e riflettono una divisione di genere apparentemente meno netta.
Non è necessaria un’eleganza estrema ma un’eleganza quotidiana, sobria ma puntuale.
Probabilmente è uno dei modi per stabilire una gerarchia basata sul genere, una delle tante gerarchie in realtà. Tipo la differenza tra l’avere un capo maschio o un capo femmina.

L’aria condizionata  non poteva che essere stata inventata negli Stati Uniti nel 1902 da tal Willis Carrier.
L’aria condizionata troppo alta fa sprecare energia e soldi, ma sembra non importare.
L’aria condizionata crea un’ambiente asettico e deumidificato e artificiale quanto il lavoro in ufficio. Sembra dover aiutare a lavorare meglio, come se fosse la temperatura il problema principale, e non la differenza tra le retribuzioni tra uomini e donne o la disoccupazione femminile, il mobbing, la maternità. (E’ una semplificazione populista questa lo so.)
L’aria condizionata sparata a cannone è un contentino, la creazione di un ambiente artificiale scollegato dalla realtà ed è uno dei tanti atteggiamenti meh che abbiamo adottato dagli Stati Uniti (sto in fissa, lo so).

Pridebook: contagio sociale e attivismo

o-FACEBOOK-RAINBOW-EMOTICON-facebookIl 27 giugno la Corte Suprema ha legalizzato i matrimoni omosessuali e Facebook ha messo a disposizione un tool per sovrapporre la bandiera rainbow sulla propria immagine del profilo, ma credo che questo l’abbiano notato più o meno tutti.

La scelta della sola immagine del profilo ha mille significati comunicativi, e con nome, immagine di copertina e post pubblici forma praticamente un’immagine coordinata della propria identità sociale.

Quando ho visto questo tool ho subito pensato ai dati, a quanti dati si potevano tirare fuori. Si parla di 26 milioni di persone che hanno cambiato la propria immagine di profilo per sostenere la causa. C’è anche chi ha pensato subito ai fini commerciali, e Facebook ha dichiarato che non userà le informazioni per pubblicità o altro, e chi ha pensato giustamente ad un altro esperimento sociale.

Quello che è venuto fuori invece è un comportamento sociale definito. Le persone cambiano l’immagine profilo in risposta al cambio dell’immagine di profilo degli altri. Su Facebook si tende ad aggiungere e a interagire con persone con idee simili alle proprie.

La questione si fa complessa. Davvero tutti ‘sti 26 milioni sostengono di cuore la causa delle unioni gay o hanno approfittato dell’ondata di entusiasmo generale e del cambio di profilo per sostenere, cosa non da poco, una causa praticamente già vinta, almeno legalmente (e non in Italia)? Il giornalista Peter Moskowitz, ad esempio, si lamenta dell’appoggio di massa alla causa LGBTQ, dubita che chiunque sia diventato color bandiera sia un attivista, e che la diffusione, è il caso di dire, di massa della bandiera Rainbow ne sminuisca il valore.

The co-opting of symbols and movements is not unique to Facebook’s rainbow-flag campaign. Throughout history, the powerful have taken credit for social progress they did not participate in, or, in some cases, actively fought against. Even the origin story of the gay rights movement was co-opted: The 1969 Stonewall Inn riots are widely portrayed as a fight for the right of white, cisgender gay men to party in bars. Often left out of the story is the fact trans women and other people fighting for the right to not conform to gender were at the forefront of that fight, particularly Sylvia Rivera, a trans woman of Puerto Rican descent. She and black trans activist Marsha P. Johnson were two of the main organizers of the first pride march in the city.

Ora, una volta che tutti hanno espresso il loro supporto alla comunità LGBTQ quando è il caso di cambiare di nuovo immagine, come si chiede Lily Hay Newman, senza sembrare un cretino? Qual è il tempo giusto per sostenere una particolare causa o situazione critica senza compromettersi?

Su Facebook ormai si possono rintracciare decine di pattern di comportamenti diversi.Se da una parte troviamo questo slacktivism allegro e non impegnativo, c’è anche quello feroce e infame.

La segnalazione, della pagina o del profilo, è diventata a seconda dei punti di vista e dalla parte ideologica che la attua una pratica, che può essere una difesa contro pagine offensive nei confronti di donne, omosessuali, transgender, musulmani, rom e così via, e in questo caso lo scontro con le ambigue norme di Facebook è spesso probabile. Oppure un contrattacco da parte delle frange intolleranti che usano la segnalazione tipo manganello.

E tra il secondo Family Day e le foto profilo multicolor (chissà quanti saranno stati in Italia), essendo entrambe espressioni in fin dei conti piuttosto ininfluenti sull’opinione pubblica, chi avrà esercitato maggior pressione? Qual è il rapporto tra sostenitori su Facebook, sostenitori reali del matrimonio omosessuale e partecipanti ai vari Pride?

E dal momento che la bandiera arcobaleno e la sigla LGBTQ comprendono la T di transgender che viene più o meno sempre tralasciata, per una serie di motivi, quante di queste persone accetterebbero di applicare al proprio profilo la bandiera transgender? E’ una domanda retorica perché i rischi di sostenere la causa Transgender sono molto più alti, soprattutto in Italia dove Trans significa prostituta.

trans-pride-flag

P.S.

Per chi volesse farlo, qua c’è un tool non ufficiale di Facebook