I miei coming out nell’era postelettrotecnica

animal-stuck+%284%29I miei coming out sono stati tanti e uno più ridicolo dell’altro. I coming out sono faticosi, ho dovuto dover spiegare chi ero. Meglio: quel vago sentimento, di quello che percepivo di dover essere, anche se ho sempre saputo più o meno chi ero, un gioco di specchi dove il riflesso non arrivava mai.
Lo sapevo ma facevo finta di non saperlo, lo sentivo ma facevo finta di non sentire niente. La paura, la scarsa autostima, la depressione arida come una vecchia artritica, il preferire una vita psicotica e irredenta e comunque tutta mentale, dei genitori che non sapevano manco loro – porelli – dove stavano, sul perché c’era più chiarezza, era racchiuso nelle innominabili volontà dell’Altissimo ed era comunque inconoscibile. Tutte queste cose e altro che ho voluto dimenticare mi hanno sempre allontanata da me stessa.

Parlare di me voleva dire parlare e non mostrare qualcosa, erano un racconto, delle parole, delle prospettive, niente più di propositi di fine anno.

Le definizioni che mi davo cambiavano, mi permettevo di usare solo quelle più accessibili. Travestito era una abbastanza a portata di mano e con quella scrissi una letterina ad alcuni dei miei amici della città dove vivevo, una tranquilla, suina, ciottolosa, borghese cittadina padana.
Dicevo loro che mi piaceva travestirmi e altre cose che non ricordo. Non ricordo nemmeno le loro reazioni.

Tra il mio trasferimento dalla lacustre cittadina e qualche lustro successivo, il magma merdoso dentro di me ribolliva con costanza. Nell’assoluta incapacità di relazionarmi e di saper vivermi, ho spesso usato delle persone.

Mi riesce difficile parlare o anche solo pensare a quel periodo per il senso di vuoto, panico e inesperienza che mi avvolgeva. Sento ancora un disagio forte come uno di quegli adolescenti grossi e stupidi che non sanno controllare la propria forza, cosa che comunque io non ero, perché ero piccolo e intransigente.

Dopo qualche anno di nulla e un tentato coming out coi miei, avevo almeno deciso di parlarne.

All’inizio adottavo la tecnica del saitidevodireunacosa e si pensava avessi problemi di alcol, scommesse, lotte clandestine tra galli. Poi con giri di parole immense, la prendevo lontana, mi vergognavo più dire e non fare che della cosa in sé, del fatto che non lasciassi trasparire nulla, pensavo a quanto inutile contasse il mio parlare quanto inutile e nullo era il mio agire. Sono arrivata a esordire con “sai, ho una sorella, ma sono io.” Un bellissimo incipit devo dire.

Poi sono passata alla tecnica dello schiaffo. Esordivo sempre con saitidevodireunacosa poi forte della convizione che un’immagine vale più di mille parole mostravo a schiaffo una mia foto in qualche improbabile outifit, che ora penso sia più adatto a qualche carnevale aziendale, per quanto sia sempre sobria come una pastina in brodo alla fermata del bus.

Una volta ad una coppia di amici che mi avevano invitato a pranzo, prima di andare da loro ho chiesto se potevo andarci in abiti femminili. Col tempo mi facevo più audace.

Finito il giro di amici più o meno stretti è entrato in gioco Fubbuc. Ho due profili, uno col mio nome maschile che ho usato in passato per lavoro e che praticamente non uso più e uno col mio nome femminile che è praticamente lo stesso e che uso profilo hutile et perfettissimo.
Attraverso gli inviti alle serate di Transmission cercavo di portare persone che non sapevano nulla. Mi ero stancata di parlare e già mi presentavo in giro con la mia nuova timida, incerta identità

Ho incontrato conoscenti in giro e non mi riconoscevano.
Ci si fa sempre un’idea più o meno coerente delle persone e ci vuole una certa prontezza per ritrovare la persona conosciuta fuori contesto e con un aspetto totalmente diverso. Ci si fa un’idea univoca, è normale, e non si riconosce. Perché lo si dovrebbe riconoscere?

Successivamente aggiungevo altre persone che non vedevo da tanto ma che volevo che sapessero e poi attraverso i messaggi privati spiegavo. Alla fine i rapporti con molte conoscenze sono comunque mediate da Fubbuc, quindi perché non usarlo.
A chi non capiva la differenza ho consigliato di guardare le foto del profilo, ancora non ho più voglia di spiegare, di tradurre in parole, preferisco raccontarmi in questo modo.Spero anche che qualcuno mi vede tra le pessone che potrebbe conoscere e decide di aggiungermi e capire, ma forse penserà solo che l’ho cancellat* e invece no.
Poi c’è stato il secondo coming out coi miei, e qui mi fermo.

E’ anche una cosa bizzarra, se avessi dovuto aspettare un momento giusto, se avessi dovuto aspettare di incontrare certe conoscenze per caso, ma più che altro l’ansia di volermi disvelare come a dire, scusami per tutto quello che sono stato, sto cercando di essere una persona nuova, per questo ti ricontatto, sto cercando di avere con te un rapporto più vero e sincero e se non lo è stato fino ad ora, non è stato solo perché eri troppo pres* dalle tue cose, dal fatto che magari non si è creato un feeling sperato, ma perché ero io che mi celavo dentro il mio carapace di spugna.

Mi sono fatta audace, c’è mi sta conoscendo solo come anto e io ci tengo a spiegare che non ero così, come se dovessi giustificarmi, come a dire se ho dei difetti ora pensa a prima, come a dire ora credo di essere una persona degna di amare e essere amata. E prima non lo ero, o almeno così mi piace credere.