La Cassazione, l’analfabetismo funzionale e cosa ho nelle mutande e nel DNA

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La sentenza della Cassazione sul cambio anagrafico anche senza intervento ha fatto venir fuori la netta discrepanza che c’è tra il piano giuridico e il piano culturale.
I commenti che leggo in giro, ad esempio sulle pagine di Repubblica e del Fatto sono agghiaccianti. Non che seguire le pagine di questi quotidiani sia un sinonimo di garanzia. Sembra quasi che le persone si sentano quasi tradite, il sentimento profondo che scaturisce quando sembra che ci si occupi sempre di qualcosa di scarsa importanza, quando i Veri Problemi sono Ben Altro, quando il Vero Problema sono i Marò.

Quantèvveriddio una delle disgrazie di internet è che tutti si sentono in dovere di dire la propria o come ha commentato qualcuno di “marcare il territorio”.
O ancora, come dice un commentatore del Fatto, soffrono di Analfabetismo Funzionale, cioè un’incapacità di capire il contesto delle informazioni, la complessità della realtà e si “traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette”. Ossia una semplificazione estrema della realtà, e si vede dai commenti (anche questa, volendo, è una semplificazione) e quindi è tutto un fiorire di commenti tipo “mi chiamo chiara, un giorno mi sveglio e mi voglio far chiamare Fanfulla ora posso farlo, a scemi!”, come dicevo in un altro post l’autodeterminazione è sempre tutta sbeffeggiata e irrisa, è tutta un credersi Napoleoni al banco frigo, come se i percorsi di transizione e più in generale di cambiamento, autodeterminazione e individuazione, funzionino per capricci indomabili ed epifanie mattutine.

L’alternativa al commento sberleffeggiante è il solito vetusto ossessivo determinismo genitale per cui ciò che si cela nelle mutande, oltre ad essere una fantastica sorpresa, tipo grattevvinci, determini l’intera persona, dalle doppie punte ai gusti musicali, alla vita emotiva al colore dello smalto che ogni uomo ama portare,
Questo senza menzionare mai l’argomento tabù di quanti apprezzano il sesso passivo con una prostituta trans (non è moralismo, è un dato di fatto).

La complessità dell’identità di una persona (una persona che è sempre qualcun altro) può venire ridotta ad una singola decisione, ad una singola coppia di cromosomi, ad un singolo elemento anatomico.

Anche la riduzione allo Stato Naturale delle cose, la Famiglia, il Gender, il Sesso eccetera sono una riduzione ad un’entità, la Natura, che in questo senso si presenta come elemento unificante eterno e immutabile, e come un’entità teologica a cui fare riferimento in quanto istanza normativa e normalizzante e quindi legislativa.

La transessualità travalica del tutto questo concetto di Natura, poiché ogni elemento di essa la contrasta, perché noi con le nostre stesse infami vite andiamo oltre la Natura e andiamo anche oltre la Cultura, per cui per entrare nel campetto da calcio dell’intelligibilità umana si ha bisogno di altre maglie, quella giuridica e quella medica e psichiatrica.

Come scrive Michela Angelini:

Nessuno ha messo in discussione il potere di quel solo uomo (o donna) che scrive una relazione di disforia di genere, di quel solo uomo (o donna) che decide se e quando concedere o meno i documenti rettificati, di quel solo uomo (o donna) che valuta il nostro profilo medico-psichiatrico e che può ascrivere qualsiasi nostro problema o perplessità, anche politica, ad una “non completamente realizzata transizione”.

Sia la giurisprudenza che la medicina si affidano all’Uno, in questo caso umano, anche qui, principio normativo. A me suona strano quando vedo quanto ognuno si erga portavoce di istanze libertarie o liberali o liberticide, sempre a discapito degli altri e sempre a cacare il cazzo col ditino puntato.

Il rapporto tra leggi e cittadinanza mi sembra sempre abbastanza bizzarro e poco prevedibile.
In questo caso specifico non c’è stata una “campagna di sensibilizzazione” come magari ci può essere stata, non so, per la legge su divorzio proprio perché questa sentenza è arrivata con una decisione giuridica e non referandaria e in seguito ad una richiesta di una singola cittadina e non era nemmeno la prima volta. Perché di fatto la battaglia per i diritti trans non è una battaglia di tutti, è un affare di pochi, che se la sbrighino loro. I problemi sono Ben Altro. Se poi qualcuno se la sbriga davvero per conto suo è una cosa pazzesca e confusiva.

Sulla questione transgender c’è così tanta disinformazione che ognuno si sente in dovere di dire la propria, riducendo e appiattendo tutto. Non siamo ai livelli per cui siamo tutti economisti con le crisi degli altri, ma poco ci manca.

A tutto questo si aggiunge il fatto che qualsiasi provvedimento giuridico non voluto dal volere popolare debba essere schernito e denigrato, oltre ad essere un attacco passivoaggressivo alle istituzioni e oltre al fatto che in Italia vigono allo stesso tempo la legge dello Stato e quella morale del Vaticano, per cui la situazione è tutt’altro che semplice e valevole di semplificazione. Io stessa, su di me, a volte, per non dire sovente, non mi ci raccapezzo.

Non so quanto la legge 164 del 1982 sul cambio anagrafica solo dopo l’intervento chirurgico di sesso sia stato un compromesso tra le esigenze eteronormative della società, del governo se non sbaglio democristiano e quelle delle trans, ma quello era l’unica via, anche livello concettuale e ideologico, per regolare giuridicamente una situazione deforme e dolorosa.
Non esisteva altre concezione della transessualità e dei generi che quelle ed è anche un fatto normale.
Anche se di fatto una terapia ormonale porta alla sterilità, l’asportazione delle gonadi, anche per ottenere il cambio anagrafico, è una sterilizzazione forzata ed è questo il succo della sentenza della Cassazione, che si può vivere secondo il proprio genere di elezione anche senza interventi chirurgici invasivi e pericolosi.

Purtroppo la mentalità binaria ed esclusivista, dove o si è maschi o si è femmine, si applica anche alle leggi, vedi tutte le questioni legate alle unioni civili, per cui sembra che le unioni omosessuali debbano sostituire le unioni eterossessuali e tutte cose brutte e apocalittiche. Ancora una volta vedo una riduzione all’Uno e al modello unico, dove solo un elemento su due può esistere, anzi sopravvivere. Un po’ fascismo, un po’ analfabetismo funzionale, e addio pluralismo, addio scelte, addio autodeterminazione.

Non credo quindi che la direzione presa da alcune sentenze vadano a sostituire la 164 ma danno modo di creare, o iniziare a creare, o iniziare a pensare di creare, una pluralità di situazioni giuridiche legate alla propria identità di genere.
Chi vuole operarsi è liber* di farlo ma non per questo deve essere obbligatorio per tutt*.

Il lavoro da fare, a questo punto, per le associazioni e per i collettivi e tutti quanti, è di porsi degli obiettivi di crescita culturale ed educativa e non solo giuridici, perché una volta che abbiamo ottenuto la possibilità del cambio anagrafico anche senza intervento, la ggende rimane stronza e analfabbeda uguale e a poi a noi che ci rimane?

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Bruce e Caitlyn Jenner hanno lo stesso cervello?

caitlyn-jenner-instagramLa settimana scorsa Repubblica ha pubblicato “What makes a woman?”, un articolo del New York Times, scritto dalla giornalista Elinor Burkett, e tradotto col titolo di “Donne e uomini hanno lo stesso cervello? Il dibattito che divide femministe e transgender”.

Negli Stati Uniti sulla transizione di Caitlyn Jenner si è scritto molto, Bruce Jenner è stato un campione olimpico e un personaggio pop, soprattutto un personaggio pop, talmente pop che si parlò di lui in una puntata dei Griffin.

In Italia non ha avuto ovviamente la sua storia non ha avuto avuto la stessa risonanza, così come i dibattiti sulle questioni di genere e transgenere sono totalmente esclusi da qualsiasi ambito che non sia accademico o antagonista o di nicchia.

Insomma qual è il senso di pubblicare, così, dal niente, un articolo del genere? In quale contesto e in quale dibattito pensavano di voler inserire questo contributo?

Innanzi tutto il titolo. Cosa fa di una donna una donna è un interrogativo molto diverso da Donne e uomini hanno lo stesso cervello?
Cosa fa di una donna una donna è una domanda che si riferisce alla definizione della donna in quanto tale, e non in relazione all’uomo e in un mondo di uomini, ed è anche una domanda retorica.

Donne e uomini hanno lo stesso cervello?, nonostante sia la frase di apertura dell’articolo, ha tutto un altro significato, potrebbe presupporre un contenuto scientifico, fa soprattutto leva sulla curiosità dei lettori e invece parla di tutt’altro. A me non sembra gran giornalismo.

La seconda parte del titolo parla invece di un dibattito, dove invece dibattito non c’è, è un articolo di opinione, non un riassunto di uno scambio scritto da un giornalista esterno a essa. Un opinione anche molto netta.
Il succo di tutto l’articolo è che “Chi non ha vissuto la propria intera vita da donna non dovrebbe arrivare a definire noi donne. Perché questo è quanto gli uomini fanno da fin troppo tempo.”
Nonostante dica che abbia lottato contro il binarismo di genere quello che suggerisce è che Caitlyn Jenner sia un uomo o quantomeno un ex uomo e che non abbia il diritto di definire cosa sia femminile e cosa no.
Quando Caitlyn afferma che “”Il mio cervello è più femminile che maschile”” Burkett lo intende come un editto assoluto sul femminile.
Dove Burkett vede un proclama pubblico di cosa sia e non sia il Femminile, io ci vedo un abile lavoro di scrittura televisiva, quando Jenner esprime il suo desiderio, non solo simbolico, dello smalto e lo mostra nel servizio fotografico di Annie Leibovitz, la giornalista ci trova l’ennesima riproposizione degli stereotipi femminili.

Caitlyn è diventata una vamp, ma è anche un gioco, un servizio fotografico per una rivista di moda, una performance. Caitlyn è un personaggio dello spettacolo e in quanto tale deve sottostare ad alcune regole e altre ne fa proprie, tanto che avrà un reality tutto suo.

Ovviamente in quanto personaggio televisivo Jenner diventa anche un simbolo, oltre che di sé, a quanto sembra dal timore di Burkett, di tutte le donne e di tutte le trans.

A parte che Jenner non potrà mai essere il simbolo di tutte le donne e di tutte le trans solo per il fatto di essere bianca e molto molto ricca, la questione è molto controversa e complessa perché coinvolge il discorso della rappresentazione mediatica e dell’immagine e quindi di performance e di preparazione di essa oltre che di femminismo e ruoli di genere e del lavoro femminile e di mestruazioni.

Come sottolinea questo articolo di Abbattoimuri le femministe non possono sostituirsi alla voce delle persone trans. E infatti alla pubblicazione di questa traduzione non è stata seguita, almeno su Repubblica, nessuna replica di queste persone trans. D’altronde chi avrebbe potuto scriverla in Italia? Qualche nome ci sarebbe ma non potrebbero mai arrivare a Repubblica. Inoltre la traduzione ha i soliti errori di concordanza tipo “La retorica del “sono nata in un corpo sbagliato” utilizzata da altri trans non funziona tanto meglio, ed è altrettanto offensiva, dato che ci riduce alle nostre mammelle e alle nostre vagine.”

Sull’essere contro la retorica della nascita nel corpo sbagliato sono d’accordo pure io, ma, torno al punto, proporre al pubblico italiano un contributo del genere, in questo modo è totalmente dannoso, per le persone trans, per il giornalismo, e per la credibilità del dibattito.

Quest’articolo parla di quanto sia importante raccontarsi per non scomparire, e per non spersonalizzarsi, che è esattamente il tipo di retorica degli omofobi e dei transfobi e di tutti gli intolleranti, quello di spersonalizzare l’oggetto della propria intolleranza. L’articolo di Burkett non lo ha fatto nei confronti di Jenner, poiché replica all’enorme copertura mediatica che ha avuto Jenner, dall’intervista/coming out alla copertina di Vanity Fair ma la pubblicazione italiana, decontestualizzata e totalmente piovuta dal cielo sì perché ha isolato una persona/personaggio offrendone un’opinione senza replica.

In ogni caso qualche risposta di autonarrazione c’è stata e questo articolo di Diana Tourjee, pubblicato su Original Plumbing è una bella e sincera testimonianza e pure queste copertine alternative di Vanity Fair.