Tabarè amorosi: pensieri sul separatismo

 

Il fatto che sia trans o giù di lì mi pone sia dentro che fuori al discorso separatista.
Ho iniziato a pensarci dal giorno stesso di Non una di meno, prima no che ero distratta, purtroppo.
Non credo di riuscire a pensare la questione senza pensare a dove e cosa e come sono (sul perché ho ancora qualche difficoltà), a farne un discorso di solo principio e non credo nemmeno che ci possa essere un modo univoco per pensare e agire il separatismo. Continua a leggere

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Orlando, una tragedia complessa.

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[Ho raccolto una po’ link per cercare di dare una visione complessiva e credo che sarà un post in continuo aggiornamento, se m’aregge]

I club gay hanno una lunga storia. Non sono solo “luoghi in cui gli omosessuali pagano per bere”.

Sono terapia per persone che non possono permettersi una terapia, templi per persone che hanno perso la religione, o la cui religione li ha perduti; luoghi di vacanza per persone che non possono andare in vacanza; casa per chi non ha nessuno; santuari contro le aggressioni. Prendono il suono, il tessuto e la carne del mondo e sotto il velo dell’oscurità e dell’influenza di alcol o droghe trasformano tutto questo in qualcosa da raschiare sino all’utopia.

Please don’t stop the music – Richard Kim

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TGEU TransgenderCouncil2016

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la bellissima maglietta con peli di gatto che ho aggiunto io in seguito

Io mi sa che non sono molto da megaevento internazionale.
Quando le persone non hanno i sottotitoli mi trovo un po’ in difficoltà nella comprensione and io myself che parlo inglese, se non sono sincronizzata con un mental dictionary mi esprimo intercalando mugugni&silenzi in cerca di parole (l’inglese come lingua tennologgica).
In più l’edificio della mia socialità ha nelle simpatiche castronerie che dico molte delle fondamenta, e senza di esse non riesco a introdurmi con discorsi e attivismi passati, io che non faccio parte di nessuna organizzazione. Insomma avrei voluto parlare e conoscere molte più persone di quanto abbia fatto (tipo tutte) ma chiudo qui il Momento Disagio e passo oltre.

Al Transgender Council organizzato a Bologna dal TGEU e dal MIT C’erano molte persone, individui proprio in senso stretto, ognuno genderizzato a modo proprio (ho scoperto che esistono davvero i trans con i capelli colorati che vedevo nelle vignette) tante organizzazioni che fanno cose e fanno tante cose, con o senza le istituzioni. C’erano poi talmente tanti workshop e argomenti che ce n’era da parlare per qualche semestre.

Dovessi trovare un tema direi intersezionalità. Ho trovato molto interesse e preoccupazione, for example, per i migranti LGBTQI, così in basso nella piramide dei diritti che li troviamo a malapena in cantina, oltre al riconoscimento legale delle persone non binary. Nei workshop alla salute, alla prostituzione e alle questioni legali (non proprio il mio centro di interesse).
Nell’ultimo panel, ad esempio, si è parlato di brownità, ciccionità, musulmanità, migrantità e pazzità  (unfortunately stavo in coma cerebrale e ho capito less than a half).
In questo senso il movimento trans, direi anche transfemminista, può essere un punto di convergenza di varie istanze politiche e sociali.

La chiave di volta di tutta la faccenda sono di fatto i diritti legali e sociali delle persone trans, queer e migranti.

 

Altough a local political agenda del comune di Bologna che un po’ si apre e un po’ agisce intollerante (vedi Atlantide e Cassero), la scelta di offrire i locali ricchi di echoes e frescoes dei palazzi intorno a Piazza Maggiore ha comunque un valore simbolico notevole. Fossimo state a Roma, se andava bene saremmo state confinate al Palazzo dei Congressi dell’EUR ma mai e poi mai al Campidoglio o al vicino e simpatico Palazzo Venezia o in qualche palazzo a via del Corso. C’erano dietro tanti soldi, va bene, (e spero tanto tantissimo che il MIT ci abbia preso qualche soldino) ma portare a bunch of weird people in centro è stato quasi illuminato.
The sad rant dell’attivismo italiano era sempre lo stesso: no money.

Credo che per l’Italia sia stata una buona occasione e anche una buona base per continuare a discutere e a coinvolgere più realtà di impegno sociale, forse anche chiedere finanziamenti all’Europa, alle Fondazioni e ai privati (se la devono accollare, non possono solo restaurare facciate di palazzi antichi).
Senza fare discorsi utopici e/o futuristici l’intersectionality e ancor più l’inclusione nelle lotte e nelle riflessioni per i diritti civili. Come dire, una visione più olistica della realtà.

 

Arianna

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Arianna non è un film sull’intersessualità, è un film italiano di formazione che in maniera tangente parla di intersessualità.
Del film italiano ha molte ricorrenze stilistiche (stavo per scrivere topos, ma io il greco non lo so): una colonna sonora con degli archi, silenzi, una protagonista che tocca le cose per conoscerle.

E poi la Natura. Arianna gironzola nella Natura, come se potesse trovarci tutte le risposte. Natura sempre buona, coccinelle sulle dita, alberi, raggi di sole, pioggia estiva che bagna ma non provoca polmoniti, cascatelle argillose, cinghialotti gnammignammi seppur squartati.
La stessa Natura che l’ha fatta nascere intersessuata. A questo punto la risoluzione non è più lì, nei boschi, ma nella Tecnologia medica che rivela e nelle Relazioni familiari che nascondono.

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The Danish Girl ovvero una Signorina Buonasera ai primi del ‘900

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Avevo qualche timore a vedere The Danish Girl. Sapevo di non aspettarmi un capolavoro, mi ero anche fatta l’idea che mi sarei commossa ma non l’avrei apprezzato come film. Sarà che oggi ho lo stato emotivo di una verza bollita ma non mi ha nemmeno commossa molto, e dire che comunque quando vedo i film ho la lacrima facile.

Quando si tratta di film storici bisogna sempre distinguere tra le idee contemporanee al contesto storico e le idee contemporanee alla realizzazione del film. Lo stesso evento storico, chessò la vita di Giulio cesare, può essere rappresentato in maniera diversa a seconda del periodo in cui viene rappresentata. Continua a leggere

Transgender day of Remembrance 2015

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Ebin Lee con SPARK Reproductive Justice Now

Ogni anno il 20 novembre si celebra il Transgender Day of Remembrance in ricordo delle vittime trans*.

Negli Stati Uniti negli ultimi tre anni ci sono stati 53 omicidi, l’età media delle vittime era 31 anni, e sono soprattutto le trans di colore a essere più colpite. L’aspettativa di vita media di una trans di colore è di 35 anni, cioè 3 anni più di me. La lista delle vittime degli ultimi anni è piuttosto lunga, i nomi delle vittime sono tutti scritti e ricordati, ognuna con la propria storia.

Il 2015, l’anno di maggior visibilità per le persone transgender, ha registrato un’esplosione di violenza nei confronti delle trans.
I cambiamenti giuridici, quelli sociali e quelli mediatici non sempre vanno di pari passo, anzi quasi mai sono sincronizzati, purtroppo una legge sulla transfobia non farà diminuire la violenza.

Negli Stati Uniti nelle due settimane precedenti al TDOR c’è la Transgender Awareness Week. Il 31 marzo il Transgender day of visibility. In Italia però rimane solo il TDOR, l’unica manifestazione pubblica specificatamente trans ed è una commemorazione di persone uccise.
Simbolicamente e politicamente è una reiterazione della trans come vittima, sembra quasi che ci si ricordi di noi solo quando moriamo.

La lista delle trans uccise riportate da Gay Center, riporta storie di violenza, droga e prostituzione. La maggior parte di loro erano prostitute sudamericane. Dove ho potuto ho linkato il nome a un articolo di giornale che riportava la notizia della morte e ovviamente il nome anagrafico al maschile.

2007 – Valentina Falco, Tatiana Gomes, Emanuela Di Cesare, Stefania Coppi
2008 – J. C. Coronel, Samantha Rangel Brandau
2009 – Roberta Gavou, Nome sconosciuto (Milano 24/12), Mhtium Abululak, Aline Da Silva Ribeira
2010 – Brenda, D. Curi Huansi
2011 – Jessica Rollon
2012 – Bruna, Roberta Siquiera Herbert, Nome sconosciuto (Roma, novembre), Guerra Susaya
2013 – Nome sconosciuto (Salerno, 26/06), Andrea Olivieri
2014 – Tiara Franco
2015 – L. M. Dos Santos

Gli omicidi di donne sembrano avere un valore minore di quelli degli uomini, in 7 casi su 10 l’omicida è in casa, è il marito, l’amante, l’ex coniuge. Gli omicidi delle trans sono ancora più tristi e senza senso. Persone uccise da sconosciuti, senza un motivo, vittime di serie B.

È importante non dimenticare ma è ugualmente importante fare uscire le trans dall’alone morboso della cronaca nera, non avere attenzione solo se prostitute o casi umani o vittime o reginette di bellezza.
Che poi la violenza non è solo uccidere.

Quest’anno ci saranno manifestazioni a Roma, Torino, Milano, Bassano del Grappa, Perugia, Verona, Bologna, Trieste.

[Fonte img]

Eri così linkata #2: quello che le donne non possono mostrare

In Don’t Shave Because I’m a Woman. I Shave Because I’m Brown Nadya Agrawal, Columnist di Kajal Magazine e Brown Girl Magazine ed Editorial Fellow per l’Huffington Post, spiega il complicato rapporto tra i peli di una persona di pelle scura che vive circondata da americane che hanno ” gentle blond fuzz that floated imperceptibly over their pale skin”.
Il problema del vello nero vale anche per gli uomini, ma per motivi di sicurezza nazionale.

I peli non si possono mostrare in pubblico così come il mestruo non è accettabile sui social e deve venire quindi censurato

rupisakurQuesto articolo della BBC spiega perché, a differenza di altre specie animali, le umane hanno il ciclo.

male-nippleSempre in tema censura e social network, da qualche anno fa #FreeTheNipples è una campagna contro la censura dei capezzoli femminili sui social. Cos’hanno di diverso i capezzoli femminili da quelli maschili?

Su questo tema Courtney Demone proverà a fare un esperimento. Essendo all’inizio della transizione quando i suoi capezzoli postati su Facebook passeranno dall’essere capezzoli maschili a essere capezzoli femminili. Come scrivevo in un altro post riguardo ai miei cambiamenti un corpo, lo stesso corpo cambia di segno e ci si relaziona a esso e alla persona in modo totalmente diverso.

Gayer! Transer! Asser! La teoria del gender spaventa i genitori che vogliono essere spaventati.

Panic_titleSpero che a un certo punto questa biliosa ondata contro il gender finirà. Sono sicura che finirà, sarà una fine fisiologica. A un certo punto i genitori si stancheranno, il livello di tensione è veramente troppo alto da reggere.
Non si può passare un intero anno scolastico con il rastrello in una mano a dare la caccia ai sorci frocii, la cervicale poi si fa sentire, la pressione sale troppo e la salute ne risente.
I genitori sentono già nelle orecchie il fragore, l’impatto imminente, il tonfo grigio delle mani dei loro figli che senza essersi lavati le mani si smucinano dentro le mutande, coadiuvati dalle già sapienti mani dei loro insegnanti.

Tutto questo un giorno sarà ricordato come l’ennesimo periodo buio di intolleranza.

WCCOR1_0IV20XEAE’ talmente evidente che La crociata contro il gender sia una strumentalizzazione che quasi mi dispiace che le persone ci credano, che vengano presi per il culo in maniera così esplicita e mi dispiace che vengano tirati in mezzo i bambini che non hanno capacità di elaborare le fregnacce che vengono dette.
Non servono grandi giri di parole e grandi argomentazioni contro il puro panico dei genitori. Tutta questa faccenda è solo una questione emotiva.
Quando ero piccolo io non c’erano i politici che mettevano in guardie le famiglie della droga dentro le figurine, cioè un allarme falso mentre adesso non si fanno nessun problema a farlo.

I genitori vogliono il meglio dai loro figli, li vorrebbero proteggere da ciò che potrebbe turbarli e non vorrebbero che diventassero parte di una minoranza discriminata. Sono i genitori le vere vittime, spaventati dal nulla. Il gender spaventa perché porta una differenza e una divisione in una società di fatto poco pluralista e intollerante.

Mi immagino come la signora Mariacarla, madre ipotetica, possa districarsi tra le mille pressioni. Il gruppo genitori delle mamme che vanno in panico su Whatsapp, non proprio una piattaforma in cui sviluppare una discussione dove comunque la pressione sociale si fa sentire. Come muoversi in questo caso? Aderire senza controllare? Dissentire apertamente? Tacere? Mandare immagini di Padre Pio?

E poi dove può cercare maggiori informazioni? Di chi si fida la signora Mariacarla?
In questo senso l’aver coniato un termine nuovo ha fatto la fortuna della teoria del gender.
Se io cerco su google teoria del gender viene fuori questo, ma si sa le ricerche di google sono personalizzate e quindi questo è quello che io vedo.

gender1gender2Tutto sommato una ricerca abbastanza equilibrata. Ma di chi si deve fidare la signora Mariacarla? Andrà a leggere articoli che la smontano? Leggerà mai Wired? Saprà almeno che cos’è Wired? Di certo non andrà ad aprire Wikipink.

La Chiesa da parte sua si pone come fonte affidabile e fa leva sulla Bibbia che non ammette quasi interpretazioni. E poi comunque la signora Mariacarla non si metterebbe mai a leggere Judith Butler per capire.

Come si può aiutare la signora Mariacarla a non andare in panico e a valutare le cose serenamente se tutti vanno nel pallone? Come si può aiutare la signora Mariacarla a non fidarsi di tutto?

Chi fa propaganda contro il gender lo sa cosa va a toccare, lo sa quale retorica utilizzare, perché ancora una volta è una questione di propaganda e di retorica e di emozioni fortifortissime e non servono repliche intellettuali o argomentate. Non servono a niente.

The Danish Girl

Lili-Elbe-The-Danish-Girl-Movie-AdaptationNon è ancora uscito e The Danish Girl col solo trailer ha sollevato qualche dubbietto e malumore. In questo denso post pubblicato da Mic, The Danish Girl’ Trailer Shows Good Intentions Toward Trans People. Is That Enough? si condensano molti di questi aspetti controversi.

Prima di tutto la scelta di un uomo cisgender per interpretare il ruolo di una donna trasgender, così come era successo per la scelta di Jared Leto in Dallas Buyers Club. Sulla questione, Eddie Redmayne ha risposto che Lili non aveva preso ormoni e quindi ci sta che sia un uomo, in sostanza. Il che potrebbe anche essere condivisibile.

Sulla questione l’articolo di Mic riporta l’opinione dell’artista transgender Fyodor Pavlov

Casting a cis actor to play a trans role for the sake of ‘pre-transition authenticity does not credit a trans person’s story or tell it respectfully. It encourages the cultural obsession with trans people’s bodies, and perpetuates the often harmful emphasis on biological transition. Also pre- and non-medically transitioning trans actors exist. Hire them to tell our stories.

Su Twitter, per esempio, hanno fatto notare la somiglianza tra Redmayn e Jessica Chastain. Probabilmente la fisicità di Chastain non avrebbe reso la fisicità maschile da superare di Lili Elbe che invece ha Redmayne.

B-2AA2TXEAAE5WQ.jpg largeSusan Stryker, docente di studi di genere e studi sulle donne, oltre che storica del transgenderismo (?), puntualizza come la fonte del film sia un romanzo e non un lavoro di non-fiction.

A mio avviso il punto è proprio questo. Come si fa a conciliare una necessità politica di rappresentazione con l’esigenze artistico-industriali dei film? Hollywood non è certo una democrazia rappresentativa ma nemmeno può utilizzare delle caratteristiche di persone a proprio uso e consumo. Nonostante la scelta di un uomo per rappresentare una donna transgender non sia un atto politico in sé, ha, di fatto, delle conseguenze politiche sugli spettatori gnurandi o che comunque si formano anche attraverso le rappresentazioni mediatiche delle minoranze.

L’obiettivo di uno scrittore o di un regista però è principalmente quello di raccontare delle storie, lo dicono spesso. La narrativa in sé è una rielaborazione della realtà, quindi perché e quanto richiedere aderenza a essa?

David Ebershoff, che ha scritto il libro da cui è tratto il film e che ho letto e che trovai un po’ noioso, fa capire chiaramente che The Danish Girl è una storia, d’amore (e temo sia il centro di tutto il film), d’identità ma anche di arte e immaginazione:

An artist sees that which does not yet exist. He or she imagines a future others cannot perceive. The artist interprets reality, making it even more vivid and lasting. The story of Lili Elbe is a story of art, of creating, of imagining what is to be. It is about artists who interpreted the world, and themselves, through their art. Curiously, Lili insisted she was not an artist, despite the successful career she had as a painter before she transitioned.

La difficoltà per un film storico è l’effettiva realtà storica. Quanto dev’essere fedele alla storia? Quando si arriva alla minuziosità nevrotica, per esempio di Kubrick? Quanto lasso e sciatto può essere un adattamento?
Per quanto Tom Hooper non sia alle prese col primo film storico e Il discorso del re presentava una stilizzazione registica e scenografica che mi era piaciuta il rischio c’è sempre.

Un altro tema controverso è la probabile intersessualità di Lili Elbe. Che io mi ricordi nel libro non se ne fa cenno e così penso nel film. Anche trasformare una storia di intersessualità in una storia di transessualismo ha una forte significato politico. Vuol dire ancora una volta eliminare l’intersessualità dalla storia e continuare a fare finta che non esista. Anche se non esistono numeri certo, le stime riportare da Wikipedia non sono indifferenti.

E anche il non aver scelto un’attrice o un attore transgender è un atto di cancellazione di una realtà, ma su questo non baccaglierei troppo.

the-danish-girl-posterComunque dal trailer e dai poster è chiaro che i temi centrali del film siano la trasformazione di Einar Wegener in Lili Elbe ma soprattutto la storia d’amore con la moglie Gerda Gottlieb e pure il fatto che sia un melodrammone con pizzi e merletti.

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Quando la suddivisione molecolare viene dall’interno della comunità transgender

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…e ora vediamo chi è una Vera Trans!

Prendo spunto da questo post di Valentina Quando il disprezzo viene dall’interno della comunità transgender per capire il motivo di tanta suddivisione molecolare tra le persone, che non sia solo una caratteristica della fisica ma anche delle menti eterne che abbiamo.

La cosa è complessa, le variabili tante e il mio punto di vista parziale e soggettivo. Ho addirittura delle opinioni.

In cima a tutto, sulla figura geometrica con tutte queste cosette che vado a elencare, che potrebbe essere sia una piramide che un cilindro, le diverse scuole filosofiche alla quale ognuno sceglie di abbracciare anche per dare un senso alla propria condizione transgender. C’è chi frequenta la patologizzazione e chi no. Trovare un senso alla propria condizione non è facile, così come alla propria vita e alla propria dieta.
Dal mio punto di vista la patologizzazione è una condizione creata in laboratorio e figlia prediletta della medicina e del positivismo occidentale. Il termine Transessualità, per dire, è stato coniato solamente nel 1949 in ambito psichiatrico. Prima di allora c’era solo un’indifferenziata umanità considerata ermafrodita che andava più o meno maltratta e vessata e rinchiusa in penitenziari psichiatrici, mortacci loro.
E’ anche un concetto relativamente nuovo, un po’ come apericena, che però pare che debba essere l’unico e il solo e pare anche debbano essere le persone a dover adattare se stesse e il proprio sentire ai protocolli medici e non il contrario, ma i protocolli psichiatrici sono protocolli e quindi non è che possono essere troppo malleabili.
Ci sono modi di transizionare che non comportano l’adesione ai protocolli e nemmeno gli ormoni. Io stessa mi chiedo spesso se io sia in grado di transizionare socialmente (poiché i livelli di transizione sono molteplici) senza prendere ormoni.

Questa divisione tra scuole filosofiche, tra chi si affida alla scienza e chi no (semplificando, anche se non dovrei) è un primo motivo. Il secondo è il binarismo di genere e l’aderenza ai modelli di genere molto definiti, una sottospecie di mai dire banzai dell’essere transgender, dove ci sono classifiche e fazioni che si danno battaglia.
La posta in gioco è essere reputata una Vera Trans.
Le discriminanti sono infinite e sono tipo non essere etero, non volersi operare (pisello = uomo, sempre e per sempre, nemmeno gli esorcismi possono qualcosa), non prendere ormoni, non avere una delle mille caratteristiche che contraddistinguono le Donne d’Oggi. Ci sono modelli femminili e modelli transessuali, e non se ne esce, è come vivere dentro una versione monocroma di Burda. Essendoci dei modelli esteriori ci sono anche delle regole rigide alle quali attenersi. Non sei abbastanza trans suona anche come non sei abbastanza punk, non sei abbastanza elegante, non sei abbastanza a righine violine.
La cultura sessista e misogina dell’Italia si vede anche da questo. L’essere transgender, per me, vuol dire anche avere una visione quasi privilegiata dei generi e dei rapporti tra i generi. (Scrivo che sono transgender e comunque sento ancora piccole fitte di brividi e ansia e gorgonzola). Non è un belvedere, comunque.

L’occhio di bue che ha illuminato le trans portandole alla ribalta da quell’indistizione viziosa di cui parlavo prima da un lato (ci) ha permesso di accedere a trattamenti medici (stavo per scrivere cure, ma non c’è niente da curare) e ci/le hanno ghetizzate e costrette anche alla prostituzione. C’era coesione, c’era comunità, ma con un sottofondo negativo, di protezione verso l’esternobestia e la societàbestia. Ci si trovava insieme sulla strada, ci si prendeva cura una dell’altra.  Dalla fine degli anni ’60 c’era anche una cultura e una retorica antagonista rispetto al sistema eterosessista e borghese basato sulla favolosità e altre caratteristiche favolosissime in cui io, però, non mi trovo per niente. Sono sobria come un limone a colazione, ma ne riconosco il senso e la necessità storica. Ora la trovo un po’ superata e anacrostica, anzi mi sembra si vada e si debba andare nella direzione opposta. Verso una differenziazione, che include anche l’individualismo, nei suoi aspetti più beati e più terrificanti, e una normalizzazione, una varietà di approcci e di vite, di idee e affettività.

A questo aggiungo una mancanza di obiettivi comuni, a un livello culturale ed educativo e non solo giuridico. Alla base di tutto ci dovrebbe essere una riflessione teorica. Non è molto invogliante si sa, ma senza non si va da nessuna parte, così come la mancanza di strumenti per interpretare la realtà, non solo quella transgender.
E infine la roba più grossa che è la discriminazione transfobica, la paura tagliagambe per cui molte trans preferiscono non esporsi e starsene per fatti propri e confondersi nella folla (e come biasimarle, come?).

Per concludere…